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martedì 16 agosto 2016

Omaggio ad un Grande Santo Italiano


Giovanni Melchiorre Bosco, meglio noto come don Bosco,
è stato un presbitero e pedagogo italiano, fondatore delle congregazioni dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. È stato canonizzato da papa Pio XI nel 1934.

Castelnuovo Don Bosco 16 agosto 1815,
Torino 31 gennaio 1888.
Luogo di sepoltura: Santuario di Maria Ausiliatrice, Torino
Scrittore di libri e Fondatore di Società Salesiana di San Giovanni Bosco, Figlie di Maria Ausiliatrice
Viene festeggiato il 31 gennaio

domenica 14 agosto 2016

San Massimiliano Maria Kolbe


 

(Zduńska Wola, 8 gennaio 1894 – Auschwitz, 14 agosto 1941)
fu un frate francescano conventuale polacco che si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame nel campo di concentramento di Auschwitz. È stato beatificato nel 1971 da papa Paolo VI ed è stato proclamato santo nel 1982 da papa Giovanni Paolo II.
Nato con il nome di Raimondo Kolbe, in una famiglia dalle condizioni economiche modeste in una zona polacca sotto il controllo della Russia. A tredici anni cominciò a frequentare la scuola media dei francescani a Leopoli. Il 4 settembre 1910 vestì come novizio l'abito francescano assumendo il nome di Massimiliano. L'anno successivo venne inviato a Cracovia e quindi a Roma per continuare gli studi in filosofia e teologia. Nei primi tre anni trascorsi alla Pontificia Università Gregoriana, si dedicò alle scienze e alla matematica, compresa la trigonometria, la fisica e la chimica, poi allo studio della filosofia e della teologia, grazie alle quali conseguì due lauree. Nel 1914 professò i voti perpetui. Lo stesso anno il padre, ufficiale nelle legioni polacche, venne fatto prigioniero dai russi e probabilmente fucilato. La madre invece si ritirò a una vita in convento. Il 28 aprile 1918 venne ordinato sacerdote nella basilica di Sant'Andrea della Valle, a Roma, e il giorno successivo celebrò la sua prima messa nella vicina basilica di Sant'Andrea delle Fratte. Nel 1919, conseguito il dottorato in teologia presso la Facoltà Teologica di san Bonaventura, ritornò subito in patria, a Cracovia.  Durante la permanenza in Italia, Kolbe maturò e approfondì uno dei tratti essenziali della sua esperienza spirituale, legato alla venerazione di Maria, che caratterizzerà poi il suo impegno pastorale. Nel 1917, sulla scia dell'impegno teologico e intellettuale che i francescani avevano speso nei secoli per promuovere il riconoscimento dell'Immacolata Concezione di Maria, fondò assieme ad alcuni confratelli la "Milizia dell'Immacolata". L'obiettivo era dare continuità anche sul fronte esistenziale e pastorale al legame dei Frati Minori Conventuali con Maria. Negli anni vissuti a Roma, Kolbe contrasse la tubercolosi che, tra alti e bassi, lo accompagnò per il resto della vita. Dall'esperienza di studio in Italia trasse anche una buona conoscenza dell'italiano, lingua nella quale redasse molti suoi scritti. Tornato in Polonia, iniziò ad insegnare nel seminario di Cracovia, ma presto dovette abbandonare e recarsi a Zakopane e poi a Nieszawa per curare la tubercolosi. Nel 1922 uscì il primo numero del Cavaliere dell’Immacolata la rivista della Milizia dell'Immacolata, l'associazione fondata da Kolbe a Roma nel 1917. La tiratura iniziale fu di 5.000 copie, che diverranno un milione nel 1938. Nel 1926 venne stampato anche il primo calendario-almanacco. Dopo un nuovo soggiorno a Zakopane per la cura della tubercolosi, nel 1927 fondò in Polonia, non lontano da Varsavia, un convento chiamato Niepokalanow,  "Proprietà dell'Immacolata", dotato di una tipografia e di un seminario missionario. Sottolineando l'importanza della devozione a Maria, Kolbe amava ripetere che: « Chi ha Maria per madre, ha Cristo per fratello. »Nel convento di Niepokalanow, in Polonia, alla vigilia del conflitto mondiale vivevano all'incirca un migliaio di persone tra frati professi, novizi e seminaristi. Era uno dei conventi cattolici più grandi al mondo, ed era quasi una città autonoma. Nei primi anni della guerra offrì riparo a numerosi rifugiati polacchi, compresi molti ebrei. Pur con un fisico indebolito dalla tubercolosi, nel 1930, Kolbe partì come missionario alla volta dell'estremo oriente. Dopo una breve sosta a Shanghai, proseguì poi fino a Nagasaki, in Giappone. Qui curò la pubblicazione di una rivista (Mugenzai no Seibo no Kishi) ed edificò un convento alle falde del monte Hikosan, che prese il nome di Mugenzai no Sono (Giardino dell'Immacolata). Nel 1932 si recò in India per valutare la possibilità di fondare una nuova missione ma, dopo un breve soggiorno nel distretto di Ernakulam, decise di tornare a Nagasaki, dove nel 1936 aprì anche il seminario. Nel 1936 Kolbe lasciò definitivamente il Giappone, rientrando in Polonia. Nel 1938 conseguì la licenza di radioamatore e fu attivo per alcuni anni con il nominativo SP 3 RN, ed ancora oggi è il santo patrono dei radioamatori italiani. Nel maggio del 1939 si recò quindi in Lettonia dove intendeva creare, su un terreno offerto in donazione nella località di Romanowska, una nuova "Città di Maria". Gli eventi in Europa però precipitarono. La Polonia venne occupata dai nazisti e Kolbe fu arrestato dalle truppe tedesche il 19 settembre 1939 insieme ad altri 37 confratelli. Dopo quasi tre mesi di prigionia, Kolbe venne liberato l'8 dicembre ad Ostrzeszow. Tornato a Niepokalanow, la trovò bombardata e presto la trasformò in ospedale e asilo per migliaia di profughi. La sua libertà però durò poco. Il 17 febbraio 1941 Kolbe venne nuovamente e definitivamente arrestato dalla Gestapo. Il 28 maggio 1941 Kolbe giunse nel campo di concentramento di Auschwitz, dove venne immatricolato con il numero 16670 e addetto a lavori umilianti come il trasporto dei cadaveri. Venne più volte bastonato, ma non rinunciò a dimostrarsi solidale nei confronti dei compagni di prigionia. Nonostante fosse vietato, Kolbe in segreto celebrò due volte una messa e continuò il suo impegno come sacerdote. Alla fine del mese di luglio dello stesso anno venne trasferito al Blocco 14 e impiegato nei lavori di mietitura. La fuga di uno dei prigionieri causò una rappresaglia da parte dei nazisti, che selezionarono dieci persone della stessa baracca per farle morire nel cosiddetto bunker della fame. Quando uno dei dieci condannati, Francesco Gajowniczek, scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava, Kolbe uscì dalle file dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto. In modo del tutto inaspettato, lo scambio venne concesso: i campi di concentramento erano infatti concepiti per spezzare ogni legame affettivo e i gesti di solidarietà non erano accolti con favore. Kolbe venne quindi rinchiuso nel bunker del Blocco 13. Dopo due settimane di agonia senza acqua né cibo la maggioranza dei condannati era morta di stenti, ma quattro di loro, tra cui Kolbe, erano ancora vivi e continuavano a pregare e cantare inni a Maria. La calma professata dal sacerdote impressionò le SS addette alla guardia, per le quali assistere a questa agonia si rivelò scioccante. Kolbe e i suoi compagni vennero quindi uccisi il 14 agosto 1941, vigilia della Festa dell'Assunzione di Maria, con una iniezione di acido fenico. Il loro corpo venne cremato il giorno seguente, e le ceneri disperse. All'ufficiale medico nazista che gli fece l'iniezione mortale nel braccio, Padre Kolbe disse: «Lei non ha capito nulla della vita...» e mentre l'ufficiale lo guardava con fare interrogativo, soggiunse: «...l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea!». Le sue ultime parole, porgendo il braccio, furono: «Ave Maria». Francesco Gajowniczek riuscì a sopravvivere ad Auschwitz. Tornato a casa, trovò sua moglie viva, ma i suoi due figli erano rimasti uccisi durante un bombardamento russo. Morì nel 1995.

giovedì 11 agosto 2016

11 Agosto Santa Chiara


 
Santa Chiara, al secolo Chiara Scifi
(Assisi, ca. 1193 – Assisi, 11 agosto 1253),
E' stata una religiosa italiana, collaboratrice di san Francesco e fondatrice delle Monache Clarisse: è stata dichiarata santa da papa Alessandro IV nel 1255 nella Cattedrale di Anagni. Il 17 febbraio 1958 venne dichiarata da papa Pio XII santa patrona della televisione e delle telecomunicazioni. Nata da Favarone di Offreduccio e da Ortolana, appartenente ad un'alta classe sociale, dimostra forza d'animo nelle sue scelte radicali che la inducono a sfuggire il matrimonio predisposto dalla famiglia di origine, per seguire il desiderio di dedicare la vita a Dio. Nella notte della domenica delle Palme del 1211 o 1212, quando ha solo 18 anni, Chiara fugge da una porta secondaria della casa paterna. Subito raggiunge Francesco d'Assisi e i primi frati minori presso la chiesetta di Santa Maria degli Angeli, già da allora comunemente detta la Porziuncola. A sottolineare la sua condizione di penitente, Francesco le taglia i capelli, le dà una tunica e la fa entrare nel monastero benedettino di San Paolo delle Badesse presso Bastia Umbra a 4 chilometri da Assisi, per poi cercarle ricovero presso un altro monastero benedettino alle pendici del monte Subasio: Sant'Angelo di Panzo. Qui, al riparo dalle ire familiari, viene presto raggiunta dalla sorella Agnese. Infine Chiara prese dimora nel piccolo fabbricato annesso alla chiesa di San Damiano, che era stata restaurata da Francesco, sotto le dipendenze del vescovo Guido. Qui Chiara fu raggiunta dall'altra sorella Beatrice e dalla madre Ortolana, oltre a gruppi di ragazze e donne, e presto furono una cinquantina. Qui trascorre quarantadue anni, dei quali ventinove cadenzati dalla malattia. Affascinata dalla predicazione e dall'esempio di Francesco, Chiara volle dare vita a una famiglia di claustrali povere, immerse nella preghiera per sé e per gli altri. Chiamate popolarmente "Damianite" e da Francesco "Povere Dame", saranno poi per sempre note come "Clarisse". Molte donne seguirono il suo esempio, quali santa Caterina da Bologna, Camilla da Varano, ossia la beata Battista, santa Eustochia da Messina, sant'Agnese di Boemia. Ottenne da Francesco una prima regola fondata sulla povertà. Il carisma della donna si manifesta entro le mura del monastero in contemplazione e preghiera, seguendo in parte il modello benedettino da cui si differenzia per la ferma e coraggiosa difesa della povertà. Questo è il tema centrale della sua esperienza mistica, la sequela Cristi, da cui Chiara non vuole essere dispensata nemmeno dal Papa Gregorio IX (1227-1241) le concesse il privilegio della povertà, poi confermato da Innocenzo IV con una solenne bolla del 1253. Solo abbandonando i beni materiali e affidandosi a Dio, Chiara si sente libera di percorrere il suo cammino religioso. È questo l'argomento principale su cui vertono i rari scritti, da cui emerge una donna decisa e fiduciosa. Soltanto dopo la sua morte, una Leggenda scritta da Tommaso da Celano ne narra la vita scandita dal silenzio, dalla preghiera, dalla ricerca continua di "altissima povertà". Passò la seconda metà della vita quasi sempre a letto perché ammalata, pur partecipando sovente ai divini uffici. Portando l'Eucaristia sull'ostensorio, avrebbe salvato, secondo la tradizione religiosa, il convento da un attacco di Saraceni nel 1240. Morì a San Damiano, fuori le mura di Assisi, l'11 agosto del 1253, a sessant'anni. A soli due anni dalla morte, Papa Alessandro IV la proclamò Santa ad Anagni (15 agosto 1255). La chiesa ne fa memoria l'11 agosto. Le Clarisse sono le religiose dei numerosi istituti religiosi femminili derivati dalla comunità fondate dai santi Francesco e Chiara ad Assisi nel 1212. Diversi sono gli ordini nati nel tempo.

mercoledì 10 agosto 2016

10 Agosto San Lorenzo


San Lorenzo, dipinto di Spinello Aretino, sec. XIV
Diacono e martire
Forse da ragazzo ha visto le grandiose feste per i mille anni della città di Roma, celebrate nel 237-38, regnando l’imperatore Filippo detto l’Arabo, perché figlio di un notabile della regione siriana. Poco dopo le feste, Filippo viene detronizzato e ucciso da Decio, duro persecutore dei cristiani, che muore in guerra nel 251. L’impero è in crisi, minacciato dalla pressione dei popoli germanici e dall’aggressività persiana. Contro i persiani combatte anche l’imperatore Valeriano, salito al trono nel 253: sconfitto dall’esercito di Shapur I, morirà in prigionia nel 260. Ma già nel 257 ha ordinato una persecuzione anticristiana.Ed è qui che incontriamo Lorenzo, della cui vita si sa pochissimo. E’ noto soprattutto per la sua morte, e anche lì con problemi. Le antiche fonti lo indicano come arcidiacono di papa Sisto II; cioè il primo dei sette diaconi allora al servizio della Chiesa romana. Assiste il papa nella celebrazione dei riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.Viene dunque la persecuzione, e dapprima non sembra accanita come ai tempi di Decio. Vieta le adunanze di cristiani, blocca gli accessi alle catacombe, esige rispetto per i riti pagani. Ma non obbliga a rinnegare pubblicamente la fede cristiana. Nel 258, però, Valeriano ordina la messa a morte di vescovi e preti. Così il vescovo Cipriano di Cartagine, esiliato nella prima fase, viene poi decapitato. La stessa sorte tocca ad altri vescovi e allo stesso papa Sisto II, ai primi di agosto del 258. Si racconta appunto che Lorenzo lo incontri e gli parli, mentre va al supplizio. Poi il prefetto imperiale ferma lui, chiedendogli di consegnare “i tesori della Chiesa”.Nella persecuzione sembra non mancare un intento di confisca; e il prefetto deve essersi convinto che la Chiesa del tempo possieda chissà quali ricchezze. Lorenzo, comunque, chiede solo un po’ di tempo. Si affretta poi a distribuire ai poveri le offerte di cui è amministratore. Infine compare davanti al prefetto e gli mostra la turba dei malati, storpi ed emarginati che lo accompagna, dicendo: "Ecco, i tesori della Chiesa sono questi".Allora viene messo a morte. E un’antica “passione”, raccolta da sant’Ambrogio, precisa: "Bruciato sopra una graticola": un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma gli studi (v. Analecta Bollandiana 51, 1933) dichiarano leggendaria questa tradizione. Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.
Etimologia: Lorenzo = nativo di Laurento, dal latino
Patronato: Diaconi, Cuochi, Pompieri

Emblema: Graticola e Palma
 Autore: Domenico Agasso

sabato 30 luglio 2016

30 luglio Santa Godeleva Martire


Boulogne, Francia, 1050 – Ghistelles, Belgio,30 luglio 1070
Patronato: Mal di gola
Emblema: Corone, Pozzo
Santa Godeleva nacque da nobili genitori verso l’anno 1050, nella Francia settentrionale. All’età di soli diciotto anni andò in sposa ad un signore fiammingo, Bertulfo di Ghistelles, che in seguito preferì abbandonarla affermando che il matrimonio non era stato consumato. Godeleva fu affidata allora alla ex suocera, che la trattò però con notevole crudeltà, ed ella preferì dunque fare ritorno a casa dei propri genitori. Questi si appellarono al vescovo locale, affinché persuadesse Bertulfo a tornare sui suoi passi vivendo con la moglie. Per un certo periodo il marito accettò, ma nel frattempo approfittò per organizzare il suo assassinio: per mano di due servi Godeleva venne infatti strangolata ed il suo corpo gettato in un pozzo. Ciò avvenne all’incirca nell’anno 1070. L’incertezza dell’anniversario di tale avvenimento ha prodotto nel corso dei secoli il variare della data della festa di questa santa, oggi collocata al 30 luglio dal nuovo Martyrologium Romanum. Bertulfo poi si risposò, ma sopraffatto dai rimorsi per il crimine commesso decise di terminare i suoi giorni recluso in un monastero. Tradizionalmente Godeleva è da sempre stata considerata “martire”, anche se è storicamente difficile individuarne il motivo, in quanto non risulta abbia affrontato la morte a testimonianza della propria fede o di qualche altra peculiare virtù cristiana. L’unica possibilità in tal senso è data dal fatto che la sua bontà soprannaturale abbia potuto provocare il marito, spingendolo alla violenza nei suoi confronti. Il luogo del suo martirio, fuori delle mura del castello di Ghistelles, divenne subito meta di pellegrinaggi per la gente del circondario e su di essa si verificarono non pochi miracoli, tra i quali la guarigione dalla cecità di una figlia di Bertulfo nata dal secondo matrimonio. Nel 1084 i resti della santa furono oggetto di ricognizione e poi traslati nella chiesa. I pellegrini erano soliti bere l’acqua di un pozzo, che assunse il nome di Godeleva, in prevenzione al mal di gola, rifacendosi alla leggenda secondo la quale la santa sarebbe morta strangolata. Il suo culto è assai popolare intorno a Boulogne e nelle Fiandre. Santa Godeleva possiede inoltre un’iconografia assai abbondante per essere una santa venerata esclusivamente a livello locale.

Autore:
Fabio Arduino

martedì 26 luglio 2016

26 luglio Sant Ann e San Gioacchino



 
Anna e Gioacchino sono i genitori della Vergine Maria. Gioacchino è un pastore e abita a Gerusalemme, anziano sacerdote è sposato con Anna.
Nella Sacra Scrittura si narra che la madre del profeta Samuele, Anna, nell'affliggente sterilità che le aveva precluso il privilegio della maternità, si rivolse con ardente preghiera al Signore e fece voto di consacrare al servizio divino il nascituro. Ottenuta la grazia, dopo aver svezzato il piccolo Samuele, lo portò a Silo, dov'era custodita l'arca dell'alleanza e lo affìdò al sacerdote Eli dopo averlo offerto al Signore. Su questa falsariga il Protovangelo di Giacomo, apocrifo del secondo secolo, traccia la storia di Gioacchino e Anna, genitori della Vergine Maria. La pia sposa di Gioacchino, dopo lunga sterilità, ottenne dal Signore la nascita di Maria, che a tre anni portò al Tempio, lasciandovela al servizio divino in adempimento del voto fatto.
Il fondamento storico, probabile pur nella discordante letteratura apocrifa, è comunque falsamente rivestito di elementi secondari, copiati dalla vicenda della madre di Samuele. Mancando nei Vangeli ogni accenno ai genitori della Vergine, non restano che gli scritti apocrifi, nei quali non è impossibile rinvenire, tra i predominanti elementi fantastici, qualche notizia autentica, raccolta da antiche tradizioni orali. Il culto verso i santi genitori della Beata Vergine è molto antico, tra i Greci soprattutto. In Oriente si venerava S. Anna già nel secolo VI e tale devozione si estese lentamente in tutto l'Occidente a partire dal secolo X fino a raggiungere il suo massimo sviluppo nel secolo XV. Nel 1584 venne istituita la festività di S. Anna, mentre S. Gioacchino era lasciato discretamente in disparte, forse per la stessa discordanza sul suo nome che si rivela negli scritti apocrifi, posteriori al Protovangelo di Giacomo.
Oltre al nome di Gioacchino, al padre della Vergine è dato il nome di Cleofa, di Sadoc e di Eli. I due santi venivano celebrati separatamente: S. Anna il 25 luglio dai Greci e il giorno successivo dai Latini. Nel 1584 anche S. Gioacchino trovò spazio nel calendario liturgico, dapprima il 20 marzo, per passare alla domenica nell'ottava dell'Assunta nel 1738, quindi al 16 agosto nel 1913 e ricongiungersi alla santa consorte, col nuovo calendario liturgico, al 26 luglio. "Dai frutti conoscerete la pianta", dice Gesù nel Vangelo. Noi conosciamo il fiore e il frutto soavissimo derivato dalla pianta annosa: la Vergine, Immacolata fin dal concepimento, colei che per divino privilegio fu esente dal peccato di origine per essere poi il tabernacolo vivente del Dio fatto uomo. Dalla santità del frutto, da Maria, deduciamo la santità dei genitori di lei, Anna e Gioacchino.


Etimologia: Gioacchino = Dio rende forti, dall'ebraico
Etimologia: Anna = grazia, la benefica, dall'ebraico
Autore: Piero Bargellini


lunedì 25 luglio 2016

25 luglio San Cucufate (Cugat)

Martire a Barcellona
Scillium (Africa) - † Barcellona, inizio IV secolo
San Cucufate o Cugat è uno dei santi più venerati in Spagna, ma tutto quanto la storia ha conservato di lui, è contenuto in un carme di Aurelio Prudenzio (poeta latino cristiano di origine spagnola, 348-405). Non si ha la certezza del tempo del suo martirio, avvenuto comunque durante la persecuzione di Diocleziano (243-313). Cucufate e Felice, originari di Scillium in Africa, ambedue nobili e ricchi, iniziati alla cultura letteraria a Cesarea di Mauritania, saputo delle persecuzioni scoppiate nelle province orientali, fuggirono in Occidente con alcune navi, adducendo motivi commerciali. Ma sbarcati a Barcellona si resero conto che anche lì era prossima la persecuzione, quindi da cristiani qual’erano, offrirono i loro beni ai poveri, dedicandosi alle opere di misericordia ed alla diffusione della fede cristiana. Felice si spostò a Gerona in Catalogna, mentre Cucufate si trattenne a Barcellona, dedicandosi apertamente alla predicazione, che fu accompagnata da numerosi prodigi. Venne arrestato per ordine del proconsole Galerio e fu torturato tanto selvaggiamente che gli fuoriuscirono gli intestini, mentre lui invocava Dio; la ‘passio’ continua dicendo, che i dodici soldati che lo torturavano vennero accecati da un bagliore di fuoco, mentre Galerio fu bruciato insieme agli idoli; Cucufate invece si ritrovò improvvisamente guarito. Al posto di Galerio subentrò il preside Massimiano, infliggendogli vari ed inauditi tormenti, ma ancora miracolosamente venne risanato; allora intervenne un ufficiale del prefetto Daciano, certo Rufino il quale lo fece decapitare. Il suo corpo venne raccolto dai cristiani e sepolto un 25 luglio di un luogo imprecisato.  Verso la metà del secolo VIII, l’abate di S. Dionigi nei pressi di Parigi, Fulrado († 784), riuscì a procurarsi le reliquie di s. Cucufate, portandole nel priorato di Lièvre in Alsazia (Francia) dove furono deposte, insieme a quelle di s. Alessandro, nella cella di s. Fulrado. Nell’835 le reliquie o una parte di esse, furono portate a S. Dionigi per disposizione dell’abate Ilduino e sistemate nella cripta della chiesa abbaziale. Nei primi anni del secolo IX sorse vicino Barcellona in un luogo chiamato Ottaviano, la celebre abbazia benedettina di S. Cugat del Vallés. Nel 1079, sarebbero state riconosciute le reliquie di un martire sconosciuto come quelle di s. Cucufate, così si pensò che in Francia sarebbe stato portato solo il capo del martire ucciso a Barcellona. Varie chiese gli sono dedicate sia in Spagna che in Francia (St-Cucufà); i vari Martirologi compreso quello Romano lo celebrano il 25 luglio.  Nel Museo dell’Arte Catalana di Barcellona è conservato un quadro del pittore Ajna Brù che raffigura la drammaticissima e violenta scena della decapitazione di s. Cucufate, mediante un coltellaccio, dando un particolare risalto all’espressione perfida e malvagia del boia.
Autore: Antonio Borrelli

domenica 24 luglio 2016

Il 24 Luglio 1985 a Cacoal veniva ucciso p. Ezechiele Ramin

 
Missionario comboniano Lele  per gli  Amici . Aveva 32 anni. Martire della carità lo ha definito Papa Giovanni Paolo II, qualche giorno dopo la sua morte. La sua uccisione è da attribuirsi alla sua azione in difesa degli Indios Suruì e dei lavoratori della terra nello Stato di Rondonia (Brasile). Ezechiele Ramin nasce a Padova nel 1953. Studia al collegio Barbarigo dove prende coscienza della miseria in cui viveva una gran parte dell’umanità. Per questo organizza, sempre a Padova, il gruppo locale di “Mani Tese” e porta a termine diversi campi di lavoro per sostenere dei microprogetti. In questo ruolo lo troviamo a Monselice e a Montagnana nel ’71 e ’72. Alla fine di quell’anno, decide di entrare tra i missionari comboniani. Si forma a Firenze-Venegono (Va)-Chicago e fa delle esperienze pastorali tra gli indios del Sud Dakota e un lungo periodo nella Bassa California Messicana. Dopo l’ordinazione, deve fermarsi in Italia alcuni anni prima di raggiungere il Brasile il 20 gennaio 1984, assegnato a Cacoal in Rondonia. Qui si trova immerso nella problematica indigena della ripartizione delle terre, che prese totalmente a cuore fino al giorno del martirio il 24 luglio 1985, per difendere il diritto dei più deboli ad un fazzoletto di terra. Lele era consumato dall'ansia per la giustizia, dalla propria impotenza di fronte all'ingiustizia: "Fa male al cuore vedere tanta ingiustizia e sapere di poter fare così poco". La giustizia era per lui una ragione sufficiente e necessaria per vivere e per morire. Perdere la vita per la  giustizia era la più alta testimonianza della propria fede, della "sequela" di Cristo morto su un patibolo per salvare gli altri, e del proprio amore per gli oppressi. Nell'ultimo secolo la maggior parte dei martiri è morta non per testimoniare la fede, ma per difendere e testimoniare i valori della libertà e della giustizia con loro.
Una cosa vorrei dirvi.
E’ una cosa speciale per coloro
che sono sensibili alle cose belle.
Abbiate un sogno.
Abbiate un bel sogno.
Seguite soltanto un sogno.
Il sogno di tutta la vita.
La vita che è un sogno è lieta.
Una vita che segue un sogno
si rinnova di giorno in giorno.
Sia il vostro un sogno che miri a rendere liete
non soltanto tutte le persone,
ma anche i loro discendenti.
E’ bello sognare di rendere felice tutta l’umanità.
Non è impossibile…Lele.

giovedì 21 luglio 2016

21 luglio Sant' Arbogasto Vescovo

 
m. 600 circaE’ invocato inoltre per il sollievo nei momenti di fatica.
Patronato: Strasburgo in Burgundia.
L’Irlanda e la Scozia si contendono i natali di questo santo vissuto nel VI secolo, anche se il nome Arbogasto fa presupporre piuttosto un’origine aquilana e dunque francese. Il resto della sua vita ci è pervenuto grazie ad una sua “Vita” in larga parte leggendaria, redatta da un suo successore sulla cattedra episcopale, che sembra però avere un qualche fondamento storico. Ma la sua esistenza e la fama di costruttore di chiese che si diffuse sul suo conto sono comunque attestate dal rinvenimento di alcuni mattoni recanti un’incisione del nome di Arbogasto. Dal suo paese il santo si trasferì dunque in Alsazia per dedicarsi alla vita eremitica, secondo la tradizione resuscitò un giovane principe, figlio del re Dagoberto, che era stato ucciso durante una battuta di caccia svoltasi nei pressi della sua cella. Il sovrano, pieno di riconoscenza verso il santo, lo nominò dunque vescovo di Strasburgo. Intrapresa l’edificazione della prima cattedrale della città, Arbogasto dedicò poi tutta la sua vita alla cura della porzione di popolo di Dio affidatagli, divenendo esempio ineguagliabile di umiltà. Gli venne sempre tradizionalmente attribuita la volontà di essere seppellito in un luogo collinare destinato esclusivamente ai criminali. Il suo desiderio fu poi adempiuto quando morì all’incirca nel 660 ed a ciò seguì la costruzione di una chiesa. Sant’Arbogasto è venerato come patrono principale della diocesi di Strasburgo, nonché come compatrono di alcune altre città vicine.

Autore:
Fabio Arduino

martedì 19 luglio 2016

19 luglio San Dio di Costantinopoli


Archimandrita
A Costantinopoli, san Dio, detto il Taumaturgo, archimandrita, che, originario di Antiochia, fu ordinato sacerdote in questa città e fondò un monastero sotto la regola degli Acemeti. Dopo un periodo di vita monastica in Antiochia, dove, sembra, era nato, ormai insigne per santità si portò a Costantinopoli, verso il 390, e vi fondò un monastero situato nella dodicesima regione, nell'attuale quartiere di Etyemez, tra Aksasay e Yedikoulé. Si dice che in tale località, avendo il santo piantato il suo bastone, esso mise radici, germogliò, fiorì, fruttificò: fu questo uno dei suoi più caratteristici miracoli. Il terreno della fondazione gli era stato donato dall'imperatore Teodosio che lo teneva in venerazione. Il patriarca Attico, preso dalla grande santità di lui, non solo lo nominò egumeno, ma lo indusse a lasciarsi consacrare prete. La fama delle virtù del santo attrasse anche molti monaci, cosicché il suo monastero divenne uno dei principali della città. In seguito ebbe un culto assai vivo tra i Greci, che gli diedero il titolo di taumaturgo e lo festeggiano il 19 luglio.
Autore: Pietro Bertocchi

domenica 17 luglio 2016

17 luglio Santa Marcellina


Vergine, sorella dei Ss. Ambrogio e Satiro
327 - 397
Etimologia: Marcellino, diminutivo di Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino
Emblema: Giglio
Sorella maggiore di s. Satiro e di s. Ambrogio, probabilmente nacque a Treviri circa l'anno 330 quando il padre vi si trovava come alto funzionario imperiale. S. Ambrogio attesta che la sorella Marcellina ricevette il velo verginale dalle mani del papa Liberio nella basilica di S. Pietro in Vaticano nel Natale di un anno che sembra essere il 353. La santa, che aveva seguito a Milano i suoi fratelli per essere loro collaboratrice, sopravvisse a s. Ambrogio (m. 397). Morta il 17 luglio di un anno non ben precisato (sembra però ca. il 400) fu sepolta nella cripta della basilica di S. Ambrogio, presso la tomba del fratello. Un'antica Vita la dice morta ai tempi del vescovo s. Simpliciano (397-401), il quale sarebbe l'autore dell'iscrizione sepolcrale che, tuttavia, non contiene dati biografici di particolare interesse. Nel 1812 i resti mortali di Marcellina, tolti dal sepolcro nel 1722 dall'arcivescovo card. Benedetto Erba-Odescalchi e custoditi temporaneamente in sacrestia, furono solennemente traslati nell'apposita cappella eretta in suo onore nella basilica di S. Ambrogio dalla pietà dei fedeli di Milano. Oltre al De virginibus, scritto dietro sua richiesta e a lei dedicato, ci sono rimaste tre lettere indirizzate alla sorella dal santo sul suo conflitto con Giustina, sulla questione della sinagoga di Callinico. Nel discorso funebre per la morte del fratello Satiro, inoltre, Ambrogio accenna anche al grande dolore provato, in quella circostanza, dalla sorella Marcellina. La festa di Marcellina viene celebrata il 17 luglio. In onore della santa sorella di Ambrogio, nel 1838, mons. Luigi Biraghi, direttore spirituale del Seminario maggiore di Milano e successivamente dottore della Biblioteca Ambrosiana, cor l'aiuto di suor Marina Videmari, fondava a Cernusco sul Naviglio (Mi), l'Istituto religioso femminile delle " Marcelline", per l'educazione culturale e morale della gioventú femminile, soprattutto di condizione distinta (con l'impegno però di educare gratuitamente anche le fanciulle povere). Nella Certosa di Pavia si trova un dipinto di Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, l'ultimo buon pittore della generazione di Vincenzo Foppa, che lavorò molto e a lungo per conto dei Certosini; in esso s. Marcellina figura in piedi con s. Satiro e i ss. Gervasio e Protasio, patroni di Milano, davanti al trono vescovile su cui siede s. Ambrogio. Il dipinto si riferisce al carattere piú noto della santa, quello cioè di educatrice dei due fratelli minori Satiro e Ambrogio. Agli Invalides di Parigi esisteva inoltre una statua in marmo della santa, scomparsa durante la Rivoluzione francese.
Autore: Antonio Rimoldi

mercoledì 13 luglio 2016

13 luglio - Sant Enrico II Imperatore



973 - Bamberga, Germania, 13 luglio 1024
Patronato: Oblati benedettini
Etimologia: Enrico = possente in patria, dal tedesco

Emblema: Corona, Globo, Scettro

L’Imperatore del Sacro Romano Impero e ultimo esponente della dinastia degli Ottoni Sant’Enrico II e sua moglie Santa Cunegonda di Lussemburgo vissero in tempi «precari», ma il loro rapporto non fu precario e divenne di esempio per tutto il mondo occidentale e addirittura si adoperarono per rinnovare la vita della Chiesa e propagare la fede in Cristo in tutta l’Europa. Votato inizialmente ad una carriera ecclesiastica, ricevette una educazione scrupolosa presso la scuola capitolare di Hildersheim e a Ratisbona. Là acquisì una profonda pietà ed una precisa conoscenza dei problemi religiosi. Enrico ebbe un fratello, Bruno, che rinunciò agli agi della vita di corte per divenire pastore di anime come vescovo di Augusta, nonché due sorelle: Brigida, che si fece monaca, e Gisella, che andò in sposa al celebre Santo Stefano d’Ungheria. Nel 995 Enrico II succedette al padre quale duca di Baviera e nel 1002 al cugino Ottone III come re di Germania. Contro Enrico insorse il celebre Arduino d’Ivrea, che dopo tante fatiche aveva ottenuto la corona d’Italia, ma questi lo sconfisse con un’armata e poi raggiunse Roma con sua moglie Cunegonda per ricevere nel 1004 la corona d’Italia da Papa Benedetto VIII. Nel 1014 il Pontefice lo consacrò imperatore del Sacro Romano Impero. Segnata dall’impronta del realismo, la politica di Enrico II fu caratterizzata dall’abbandono delle grandiose mire universaliste e rafforzò l’alleanza del potere imperiale con la Chiesa. Sovrano consacrato alla più alta carica religiosa, presidente dei sinodi episcopali, canonico di alcune cattedrali, accrebbe l’autorità del clero. Restaurò nel 1004 l’Arcivescovado di Merseburg e nel 1007 fondò, con i propri beni, quello di Bamberg. Nel 1022 presiedette, insieme a Papa Benedetto VIII, il Concilio di Pavia: questo Concilio è considerato un momento importante del processo di riforma delle Chiesa dell’XI secolo. Durante il regno ebbe al suo fianco Cunegonda, incoronata regina nel 1002 a Paderborn. Le fonti attestano che ella svolse un ruolo politico di primo piano. Fondò il monastero femminile di Kaufungen, vicino a Kassel, nel 1021. La coppia imperiale non ebbe figli e la causa voto di castità dei coniugi . I primi a descriverla furono alcuni monaci dell’abbazia di Monte Cassino, molto legati all’Imperatore, Amato e Leone d’Ostia. Secondo altre fonti, contemporanee ai fatti storici, viene attestata la sterilità di Santa Cunegonda. Una dichiarazione fatta da Enrico II al Sinodo di Francoforte del 1007: «per mia ricompensa divina, ho scelto Cristo come erede, poiché non mi resta più alcuna speranza di avere una discendenza».  «Vedendo che da Cunegonda egli non poteva avere figli, non se ne separò a causa di questo, ma accordò alla Chiesa di Cristo tutto il patrimonio che avrebbe dovuto a dei figli». Nell’alto Medioevo, una simile situazione terminava spesso con il ripudio della sposa. La ragione di tale scelta è stata cercata nella profonda pietà cattolica dell’Imperatore, pietà che gli veniva da una tradizione ottoniana: i comportamenti matrimoniali costituirono un punto capitale delle relazioni fra gli Ottoni e la Chiesa. Infatti i suoi predecessori osservarono sempre una condotta matrimoniale esemplare: una stretta monogamia, unioni canonicamente irreprensibili, l’assenza di figli illegittimi e ripudi caratterizzarono la loro vita familiare. Enrico II non volle essere da meno dei suoi antenati e fu deciso nel credere e testimoniare l’indissolubilità matrimoniale, e tenne per sposa la sua Cunegonda.
Autore: Cristina Siccardi

martedì 12 luglio 2016

12 luglio Santa Veronica


 
Pia donna
Il nome della Veronica, ricorre per la prima volta nei Vangeli apocrifi  e si riferisce alla donna emorroissa di nome Bernike in greco, Veronica in latino, che implorando Gesù per la sua guarigione, mentre passava stretto nella folla, riuscì a toccargli il lembo del mantello, guarendo all’istante. Gesù chiese chi l’aveva toccato e gli apostoli risposero: “è la folla che ti stringe da ogni parte”, ma Gesù insiste perché ha sentito una forza che usciva da lui e allora l’emorroissa si fece avanti e gettandosi ai suoi piedi, dichiarò davanti a tutti, il motivo per cui l’aveva toccato e il beneficio che aveva ricevuto. Gesù le rispose: “Figlia la tua fede ti ha salvata, va in pace!”.  Lo storico Eusebio  racconta che a Cesarea di Filippo vi era la casa della miracolata emorroissa Bernike, supposta originaria di Edessa in Siria e che davanti alla porta della casa si ergeva una statua in bronzo, rappresentante una donna piegata su un ginocchio con le mani tese in atto d’implorazione, davanti a lei la statua di un uomo in piedi, avvolto in un mantello, che tende la mano alla donna; ai suoi piedi cresceva una pianta sconosciuta elevata fino al mantello e ritenuta di efficace rimedio per ogni tipo d’infermità. La statua dell’uomo, si diceva rappresentasse Gesù ed Eusebio conclude dicendo, che al tempo del suo soggiorno in quella città, il gruppo bronzeo era esistente. Altro autore, Sozomeno, dice che il monumento eretto in onore del Redentore a Cesarea, fu abbattuto durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata. Dal secolo XV in poi, in Occidente prende corpo la devozione verso la Veronica quale figura del gruppo delle pie donne, che asciuga il volto di Gesù con un panno o sudario, mentre percorre con la croce la salita del Calvario, rimanendo il Volto stesso impresso sul panno; creando così tutta una serie di varianti alla più antica immagine dell’emorroissa, raffigurata nella statua di Paneas (Cesarea). La donna sarebbe poi venuta a Roma, portando con sé la sacra reliquia; alcuni testi apocrifi come la “Vindicta Salvatoris”, dicono che il funzionario romano Volusiano, sequestra con la violenza il telo alla donna e lo porta a Tiberio, il quale appena lo vede guarisce dalla lebbra; Veronica abbandona ogni cosa in Palestina e segue il suo telo a Roma, riavutolo, lo tiene con sé e prima di morire lo consegna al papa s. Clemente. Nei secoli successivi, la Veronica ebbe a fasi alterne un culto, non figurando però negli antichi Martirologi, né in quelli Medioevali. La tradizione della donna che asciuga il volto di Gesù, con un telo, da cui sarebbe scaturito il nome Veronica ‘vera icona’, ha senz’altro preso grande diffusione oscurando quasi del tutto, l’episodio della emorroissa, che sarebbe secondo taluni, la stessa donna, anche se non vi sono certezze nei tanti documenti più o meno apocrifi.  Il lungo itinerario iconografico che la ricorda con il celebre Santo Sudario, primo ed unico ritratto del Volto Santo, ebbe il suo culmine con la grande statua della Veronica, opera dello scultore Francesco Mocchi del secolo XVII, posta nella Basilica di S. Pietro in Vaticano, centro della cristianità. Dal secolo XIII si venerò in S. Pietro a Roma, una immagine del volto di Cristo, detto ‘velo della Veronica’, che gli studiosi identificarono per lo più con l’icona tardo bizantina attualmente lì conservata. A queste devozioni è connessa l’origine del culto del Volto Santo. Santa Veronica ha un particolare culto in Francia, dove la si considera come la donna che dopo la morte del Salvatore, andata sposa a Zaccheo si reca ad evangelizzare le Gallie e sarebbe morta nell’eremitaggio di Soulac; chiamata anche s. Venice o Venisse, è patrona in Francia, dei mercanti di lino e delle lavandaie.

Autore: Antonio Borrelli

lunedì 11 luglio 2016

11 luglio S. Benedetto da Norcia Patrono d' EUropa

 
Abate e patrono d'EuropaNorcia ca. 480 - Montecassino, 21 marzo 547
Patronato: Europa, Monaci, Speleologi, Architetti, Ingegneri
Etimologia: Benedetto = che augura il bene, dal latino

Emblema: Bastone pastorale, Coppa, Corvo imperiale

San Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale. “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina”.  San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. Proveniva dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Questo periodo  di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco. Nell’anno 529 Benedetto si stabilì a Montecassino. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore”  e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio non si anteponga nulla”. Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto, che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”. Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio”. All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo”. L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro, un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore, ad “aiutare piuttosto che a dominare”, ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio”. Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli”, perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore”.   Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. C’erano già tanti monasteri in Europa prima di lui. Ma con lui il monachesimo-rifugio diventerà monachesimo-azione. La sua Regola non rimane italiana: è subito europea, perché si adatta a tutti. Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola (ma non sappiamo con certezza se ne sia lui il primo autore. Così come continuiamo ad essere incerti sull’anno della sua morte a Montecassino). Papa Gregorio Magno gli ha dedicato un libro dei suoi Dialoghi, ma soltanto a scopo di edificazione, trascurando molti particolari importanti. Si festeggia anche il 21 Marzo.

sabato 9 luglio 2016

9 luglio Beata Giovanna Scopelli


Vergine
Reggio Emilia, 1428 - Mantova, 9 luglio 1491
La vocazione religiosa di Giovanna si manifestò presto nel suo cuore e i genitori le permisero di farsi mantellata carmelitana, vivendo in casa dove si dedicò a due sorelle e al fratello. Rimasta orfana, venne accolta da una donna di umili condizioni, ma ricca di pietà. Giovanna si mise quindi alla ricerca di un luogo da adattare a monastero. Una vedova le offrì collaborazione insieme alle due figlie e ad altre due giovani. Vissero in quella casa dal 1480 al 1484. Giovanna ottenne quindi, l’anno seguente, con il sostegno del Vescovo, la chiesa di san Bernardo tenuta dai Frati Umiliati. Il nuovo monastero, intitolato a S. Maria del Popolo (poi detto “delle Bianche”), si prefisse lo scopo di pregare per la Chiesa universale. Le difficoltà finanziarie degli inizi vennero risolte con l'aiuto di un benefattore. La Beata, eletta priora dalle ventidue giovani monache che a lei si erano unite, ottenne l’aggregazione e la guida spirituale dei Carmelitani di Mantova. In Italia non c’era tradizione di monasteri femminili carmelitani, ma Giovanna seppe adattare il carisma del Carmelo alla nuova comunità. Simili esperienze si verificarono anche in Francia, Belgio e Spagna. Madre Giovanna venerò la Vergine con una particolare devozione, detta “la camicia della Madonna”, che consisteva nella recita di 15.000 Ave Maria intercalate ogni 100 Ave con la Salve Regina. Alla fine veniva recitato sette volte l’Ave Maris Stella, oppure O gloriosa Domina. Le Carmelitane di Reggio recitarono la “camicia” fino al 1773. Possediamo di Giovanna pochi scritti, indicativi però della sua devozione profonda per l'Infanzia di Gesù. Ricevette grazie mistiche straordinarie, ma dovette soffrire un lungo periodo di purificazione interiore. Morì circondata da vasta fama di santità. Secondo una antica tradizione, il corpo sepolto nell’orto del monastero, riesumato l’anno successivo, fu trovato incorrotto. Nel 1500 si raccolsero le testimoninanze sulla vita, le virtù e i miracoli; negli anni 1767-1770 si tenne il processo diocesano per il riconoscimento del culto che fu approvato da Clemente XIV il 24 agosto 1771. Nel 1773 il suo nome fu inserito nel "Canone dei Beati". La sua festa veniva celebrata solennemente con la benedizione degli infermi. Soppresso il monastero nel 1797, il corpo della Beata fu trasferito nel 1803 in cattedrale, nella Cappella Rangoni. Recentemente è stata eseguita una nuova ricognizione canonica delle reliquie. Come ricordò Giovanni Paolo II nel 2002, la Scopelli fu “una delle esponenti di spicco in Italia” della prima esperienza monastica carmelitana, una delle principali figure del Secondo Ordine. Un ritratto settecentesco della Beata Scopelli fu eseguito da Paolo de Majo per la chiesa napoletana del Carmine Maggiore.
Autore: Daniele Bolognini

venerdì 8 luglio 2016

8 luglio San Procopio di Cesarea di Palestina



 
Martire
Aelia (Gerusalemme) - † Cesarea di Palestina, 8 luglio 303

Etimologia: Procopio = che promuove, dal greco
Emblema: Palma

Lo storico Eusebio di Cesarea, ne “I martiri della Palestina” ci dà un’informazione riguardo i cristiani morti per la loro fede, negli anni che seguirono il decreto di persecuzione di Diocleziano del 303 in Palestina.  Eusebio cita Procopio come il primo dei martiri della Palestina, ma con poche notizie; egli fu condotto davanti al tribunale del governatore dove gli fu chiesto di sacrificare agli dei, ma Procopio si rifiutò, allora fu invitato a fare delle libagioni ai quattro imperatori, ma ancora una volta egli rispose, citando un motto di Omero “Non è bene che vi sia un governo di molti; uno sia il capo, uno il re”. Giacché fu una risposta che non garbò ai suoi giudici, ebbe subito troncata la testa. Il giorno del martirio è stato interpretato dai calendari bizantini l’8 luglio, l’anno comunque è il 303. Da una traduzione siriana e latina, di una narrazione più lunga, di cui si conservano frammenti in greco, si può aggiungere a quanto già detto, che Procopio, nativo di Aelia (Gerusalemme), si era stabilito a Scitopoli, dove espletava tre funzioni: lettore, interprete in lingua siriana ed esorcista. Fin dall’adolescenza si era votato alla castità ed alla pratica delle virtù, con severi digiuni e dedito all’ascesi; se nelle scienze profane era di cultura mediocre, era invece la Parola di Dio suo solo argomento di studio. Il racconto prosegue con Procopio condotto con altri compagni a Cesarea di Palestina, alla presenza del governatore Firmiliano e del giudice Flaviano e da qui si ricollega a quanto già detto  sopra. La figura di s. Procopio martire costituisce un ‘caso’ a sé nella metodologia agiografica antica, infatti ben tre ‘leggende’ successive elaborano la sua figura e il suo martirio. Dalla prima ‘leggenda’ cito solo l’episodio che vede il carnefice Archelao, che alzata la mano per giustiziarlo rimane paralizzato e muore, poi il successivo episodio che vede Procopio, a cui è stato posto del carbone ardente e dell’incenso nel palmo della mano, per farglielo deporre sull’altare degli dei, che rimane immobile nonostante le bruciature. Nella seconda ‘leggenda’, Procopio si converte a seguito di una visione della Croce; il nome Procopio ricompare quando essendo in carcere gli compare Gesù che lo battezza. La popolarità del martire fu grande nella Chiesa bizantina e in tutta l’antichità. In Occidente il primo ad introdurlo nel suo ‘Martirologio’ fu Beda all’8 luglio e da lì poi passò alla stessa data nel ‘Martirologio Romano’.
A Scitopoli, sua città d’origine e luogo del suo ministero, gli fu eretta una cappella nel vescovado; a Cesarea di Palestina, luogo del suo martirio, venne eretta in suo onore una chiesa, ricostruita nel 484 dall’imperatore Zenone; mentre ad Antiochia vennero deposte le sue reliquie nella chiesa di S. Michele; a Costantinopoli infine, vi erano ben quattro chiese in suo onore.

Autore:
Antonio Borrelli

giovedì 7 luglio 2016

7 luglio San Giuseppe Maria Gambaro


 
Sacerdote francescano, martire
Galliate (No), 7 agosto 1869-Hoang-scia-wan (Cina), 7 luglio 1900
ll 1° ottobre del 2000, papa Giovanni Paolo II ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina, vittime delle ricorrenti persecuzioni che si scatenarono contro la cristianità in quel grande Paese, fino al secolo XX. Fra questi c’è un gruppo di 29 martiri, vittime nei primi giorni di luglio dell’anno 1900, dei famigerati ‘boxers’, che avevano scatenato una furiosa e sanguinosa persecuzione contro i cristiani e gli europei in generale, provocando in soli cinque mesi e nelle sole province dello Shan-si e dell’Hu-nan, una carneficina di circa 20.000 vittime fra vescovi, sacerdoti, religiosi, suore, catechisti e cristiani cinesi. Padre Giuseppe Maria Gambaro, che insieme ai due francescani, mons. Antonino Fantosati e padre Cesidio Giacomantonio, diedero la loro vita per Cristo nello Hu-nan in Cina, nei giorni precedenti il massacro del 9 luglio a Tai-yuen-fu; anch’essi vittime dei sanguinari ‘boxers’ e dei loro fiancheggiatori pagani, aizzati dagli invidiosi bonzi confuciani, con vergognose calunnie contro i missionari; e favoriti dal crudele viceré Yü-sien. Bernardo Gambaro nacque da Pacifico e Francesca Bozzolo pii genitori. Crebbe gioioso e esempio di bontà e di purezza; ad otto anni fece la Prima Comunione, cosa rara per quel tempo e già all’età di 13 anni, dopo aver seguito un corso di Esercizi Spirituali predicati in paese dai Padri Passionisti, maturò in lui l’ideale di farsi religioso. Verso i 17 anni chiese il permesso ai suoi amati genitori e venne ammesso nel Collegio Serafico di Monte Mesma, posto sul Lago di Orta. Il 27 settembre 1886 fu ammesso al noviziato posto nello stesso convento, cambiando il nome in fra Giuseppe Maria. Al termine del noviziato, andò a completare gli studi ginnasiali e liceali nel Convento di S. Maria delle Grazie in Voghera dove restò per tre anni, mantenendosi un perfetto esemplare di vita religiosa. Terminati gli studi filosofici, il futuro martire passò al corso teologico a Cerano nel Novarese, dove pronunciò i voti perpetui il 28 settembre 1890, e il 13 marzo 1892 nello stesso convento di Cerano, già culla del beato Pacifico, venne consacrato sacerdote, alla presenza dei genitori venuti da Galliate. Poi fu subito trasferito a dirigere il CollegioSerafico ad Ornavasso dove rimase in questo incarico delicato fino alla partenza per la Cina. L’11 dicembre lasciò Roma per Napoli per imbarcarsi diretto ad Alessandria d’Egitto e poi in Terra Santa dove rimase per due mesi e da lì il 6 febbraio 1896 salpò definitivamente per la Cina. Padre Giuseppe Gambaro scrisse al fratello le impressioni del lungo viaggio e gli incontri con le varie Missioni nelle tappe della nave, compresi i pericoli di epidemie e tempeste di mare. Giunto nel porto di Han-kow venne accolto dai suoi confratelli della ‘Casa di S. Giuseppe’, qui secondo l’antico uso locale depose l’abito francescano e indossò gli abiti cinesi, gli venne rasa la testa adattando il tradizionale codino. Da Han-kow fu mandato a 1000 km di distanza a Heng-tciau-fu dove si dedicò all’apostolato fra i contadini e gli artigiani. Trascorsero così tre anni, finché giunsero nello Hu-nan quattro nuovi missionari di rinforzo, per cui il vescovo destinò padre Gambaro alla Comunità cristiana di Yen-tcion, realizzando così il desiderio antico del missionario, di essere apostolo attivo fra la popolazione e verso la fine di marzo del 1900 lasciò i suoi cari chierichetti e partì per la nuova destinazione, accolto con gli onori di un Gran Mandarino; si fece subito voler bene da tutti, cristiani e pagani, che lo rispettavano contenti di averlo con loro. Padre Giuseppe Gambaro rimase pochi mesi a Yen-tcion, perché  la città di Lei-yang, richiese la presenza del missionario. Dopo Lei-yang si fermò a San-mu-tciao per ricostruire una cappella distrutta dai pagani l’anno precedente aizzati dai ‘boxers’, come pure l’orfanotrofio e le case dei cristiani e dei protestanti; inoltre uno dei padri, Cesidio Giacomantonio, era stato ucciso e bruciato. Il giorno 6 luglio, mons. Fantosati, padre Gambaro e quattro cristiani salirono su una barca per tornare a Hoang-scia-wan, nonostante i tentativi di molti cristiani di trattenerli. Verso mezzogiorno del 7 luglio la barca arrivò sul fiume nei pressi della città; riconosciuti da alcuni ragazzi e al grido “morte agli Europei” la plebaglia dalla riva, prese le barche dei pescatori e circondarono quella dei missionari, i quali a stento riuscirono a scendere sulla riva, dove aggrediti dalla folla urlante, furono massacrati con sassi e colpi di bastone; padre Gambaro morì dopo una ventina di minuti di percosse. Padre Gambaro prima di spirare si era trascinato vicino al suo vescovo, gravemente ferito, quasi a stringerlo in un abbraccio e dopo avergli sussurrato qualcosa, a cui mons. Fantosati ormai morente, alzava con pena la mano per benedirlo e con quell’amplesso unico nella storia del Martirologio cristiano, morirono i due martiri; padre Giuseppe Gambaro aveva 31 anni di età.
Autore: Antonio Borrelli

martedì 5 luglio 2016

5 luglio Santa Marta


 
 

Madre di San Simeone Stilita il Giovane

Nata ad Antiochia all'inizio del sec. VI, Morì il 5 lugl. 551
Marta, benché avesse fatto voto di verginità, sposò Giovanni, originario di Edessa, per obbedire ai genitori ed in seguito ad una rivelazione di s. Giovanni Battista il quale le avrebbe annunciato anche il nome del figlio che sarebbe nato da lei. Essendole morto il marito dopo qualche anno, ella si dedicò con zelo alla formazione cristiana del figlio Simeone, nato nel 520, che doveva poi divenire celebre per la sua vita e la sua attività sul Monte Ammirabile presso Antiochia. Nel secolo successivo un autore, un monaco del convento di S. Simeone, scrisse una Vita di Marta che supera, nell'immaginar meraviglie, la Vita stessa del figlio che apparirà più tardi. Lo scritto è ricco soprattutto di luoghi comuni sulle sue virtù, di continue apparizioni di s. Giovanni Battista e di angeli, oltre che di numerosi miracoli. L'autore fa compiere alla santa azioni inverosimili e tra l'altro la presenta recante una croce in testa alla processione, durante l'istallazione ufficiale del figlio sulla colonna. Un angelo le annunciò con un anno di anticipo la data della sua morte ed ella ne informò Simeone e gli chiese di essere sepolta nel cimitero degli stranieri a Daphne, presso Antiochia.  e per i funerali fu rispettata la sua volontà. Avvertito della morte della madre, Simeone mandò a ricercare il corpo di lei e lo fece seppellire nell'abside della Chiesa della S.ma Trinità a destra della sua colonna. Ma Marta gli apparve per chiedergli di costruirle un sepolcro nella parte meridionale della chiesa, dove fu costruita una cappella nella quale fu trasferito il corpo con grande solennità e dove avvennero molti miracoli. 

Autore: Raymond Janin

lunedì 4 luglio 2016

4 luglio Beata Maria Crocifissa Curcio

 
Ispica, Ragusa, 30/01/1877 - Santa Marinella, Roma, 4 luglio 1957
fondò a Roma le Carmelitane missionarie di santa Teresa di Gesù Bambino. 
Maria Crocifissa Curcio, al secolo Rosa, nasce da famiglia agiata e viene battezzata con il nome di Rosa. Dopo la sesta elementare, nonostante sia ben riuscita negli studi, il padre le impone di dedicarsi ai lavori femminili sotto la guida materna.
Avida di conoscenze, trova conforto tra i libri della ben nutrita biblioteca familiare, nella quale s’imbatte casualmente nella Vita di Santa Teresa di Gesù. Così conosce e ama la vista spirituale e il Carmelo. Il padre e la maggioranza dei parenti la ostacolano costantemente nella frequenza ai sacramenti e in ogni altro impegno di vita cristiana. All’età di tredici anni, ottiene il permesso di iscriversi al Terz’ordine Carmelitano, recentemente rifondato in paese. Assume qui il nome di sr M. Crocifissa. Da Maria, la “tenera madre del Carmelo”, comprende di avere “la missione di far rifiorire il Carmelo nel suo paese e in molti altri” e di doverla realizzare “riunendosi con altre compagne”. A quest’epoca risale la sua prima esperienza mistica: «Mentre ero intenta ad un'occupazione mi sembrò di vedere il Cuore di Gesù, e chiamandomi col mio nome di Rosa del mio cuore, mi scoprì il suo Divin Cuore e lessi questa espressione scritta a caratteri d'oro». Dopo la morte del padre, trascorre un breve periodo di esperienza presso le suore Domenicane residenti in paese, raccoglie attorno a sé alcune giovani Terziarie Carmelitane, con le quali conduce vita comune nella casa paterna, dedicandosi alla preghiera, alla penitenza, all’accoglienza di ragazze alle quali insegna il ricamo e bambini che istruisce nella dottrina cristiana. Costretta a trasferirsi a Modica nel 1912, con le compagne assume la gestione del “conservatorio ‘Carmela Polara’ ”, per accogliere orfane ed educande. Mentre segue l’iter per il riconoscimento diocesano, il vescovo Blandini muore e il suo successore, nob le da  il riconoscimento ecclesiastico. Trascorrono lunghi anni di sofferenza silenziosa in un ambiente ecclesiale che si fa gradualmente sempre più difficile per sr M. Crocifissa e le sue compagne. Ella chiede aiuto molte volte a religiosi e vescovi carmelitani per via epistolare, ma tutto sembra inutile. Nel giugno del 1924 una delle sue lettere viene consegnata a un religioso carmelitano olandese residente a Roma  delegato per le missioni della sua provincia e professore di sacra Scrittura al collegio internazionale “S. Alberto”. Egli sta cercando una congregazione di Carmelitane disposte a prestare collaborazione ai Carmelitani operanti nell’isola indonesiana di Giava e, perciò, si mette subito in contatto con sr M. Crocifissa. Dopo un tentativo fallito di fondazione a Napoli, questa giunge a Roma il 17 maggio 1925 per la canonizzazione di s. Teresa di Gesù bambino e il giorno seguente, accompagnata da lui, che ormai ne condivide in pieno l’ideale missionario, visita S. Marinella, sulla costa laziale a nord di Roma, e vi scopre il luogo dove poter finalmente realizzare i disegni di Dio. Il 3 luglio 1925 vi si stabilisce definitivamente con alcune compagne e il 16 seguente riceve il tanto desiderato sigillo dell’appartenenza al Carmelo con l’affiliazione all’Ordine Carmelitano. Nel 1930, anche se sofferenze e croci continuano a colpire, il suo piccolo nucleo di religiose ottiene il riconoscimento della Chiesa con l’approvazione dall’Ordinario della Diocesi di Porto S. Rufina. Gradualmente, il piccolo istituto cresce in Italia e all’ estero. Nel dicembre 1947, poco dopo la fine della guerra, madre M. Crocifissa realizza il sogno di una missione in terre lontane e invia le prime figlie in Brasile: «Va’, figlia dei miei sogni giovanili, io sono vecchia e non posso andare: mando te per me e non dimenticare i poveri». ”Portare anime a Dio” è l’unico obiettivo che anima le sue molteplici iniziative e attività spirituali e di conduzione della congregazione. Scrive nel diario spirituale: «Padre mio, Gesù ha bisogno di queste anime restauratrici della povera umanità, me lo ripete sempre con diverse e mille espressioni sempre nuove, il Cuore di Gesù Eucaristico. È una delle importanti Missioni che ci ha affidato in questa novella Istituzione. Ecco perché ci ha portato in questo paese che vive nell'indifferenza, non sente nessun bisogno di Dio, non pensa che ha un'anima da salvare» (3/12/1925). Il 4 luglio 1957 in S. Marinella si ricongiunge per sempre al Cristo suo Sposo, lasciando nel cuore di tutti un vivo ricordo della sua santità. Il suo corpo riposa nella Casa madre della congregazione dal 16 giugno 1991 e lo si può venerare nella cappella a lei dedicata in via del Carmelo, 3 a Santa Marinella, Roma. Il 12 febbraio 1989 il vescovo della diocesi Portuense, ha avviato il processo per la sua Beatificazione che si è concluso presso la Congregazione per le Cause dei Santi il 19 ottobre 2004. E' stata beatificata in San Pietro il 13 novembre 2005 sotto il pontificato di Benedetto XVI.

Autore:
Suor M. Nerina de Simone

domenica 3 luglio 2016

3 luglio San Tommaso Apostolo

 
Palestina-primo secolo dell’èra cristiana
Patronato: Architetti
Etimologia: Tommaso = gemello, dall'ebraico

Emblema: Lancia
Lo incontriamo tra gli Apostoli, senza nulla sapere della sua storia precedente. Ci sono ignoti luogo di nascita e mestiere. Il Vangelo di Giovanni, al ci fa sentire subito la sua voce, non proprio entusiasta. Gesù ha lasciato la Giudea, diventata pericolosa: ma all’improvviso decide di ritornarci, andando a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro. I discepoli trovano che è rischioso, ma Gesù ha deciso: si va. E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: "Andiamo anche noi a morire con lui". E’ sicuro che la cosa finirà male; tuttavia non abbandona Gesù: preferisce condividere la sua disgrazia, anche brontolando. Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità dopo la risurrezione. Lui è ben altro che un seguace tiepido. Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com’è, ci somiglia, ci aiuta. Eccolo all’ultima Cena, stavolta come interrogante un po’ disorientato. Gesù sta per andare al Getsemani e dice che va a preparare per tutti un posto nella casa del Padre, soggiungendo: "E del luogo dove io vado voi conoscete la via". Obietta subito Tommaso, candido e confuso: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?". Scolaro un po’ duro di testa, ma sempre schietto, quando non capisce una cosa lo dice. E Gesù riassume per lui tutto l’insegnamento: "Io sono la via, la verità e la vita". Ora arriviamo alla sua uscita più clamorosa, che gli resterà appiccicata per sempre, e troppo severamente. Giovanni, capitolo 20: Gesù è risorto; è apparso ai discepoli, tra i quali non c’era Tommaso. E lui, sentendo parlare di risurrezione “solo da loro”, esige di toccare con mano. E’ a loro che parla, non a Gesù. E Gesù viene, otto giorni dopo, lo invita a “controllare”... Ed ecco che Tommaso, il pignolo, vola fulmineo ed entusiasta alla conclusione, chiamando Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”, come nessuno finora aveva mai fatto. E quasi gli suggerisce quella promessa per tutti, in tutti i tempi: "Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno". Ignoriamo quando e dove sia morto. Alcuni testi attribuiti a lui (anche un “Vangelo”). A metà del VI secolo, il mercante egiziano Cosma Indicopleuste scrive di aver trovato nell’India meridionale gruppi inaspettati di cristiani; e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo. Sono i “Tommaso-cristiani”, comunità sempre vive nel XX secolo, ma di differenti appartenenze: al cattolicesimo, a Chiese protestanti e a riti cristiano-orientali.
Autore: Domenico Agasso