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domenica 14 agosto 2016

Omaggio al Grande Enzo Ferrari

 

Enzo Anselmo Ferrari
(Modena, 18 febbraio 1898Modena, 14 agosto 1988)
è stato un imprenditore, dirigente sportivo e pilota automobilistico italiano, fondatore della casa automobilistica che porta il suo nome,
la cui sezione sportiva, la Scuderia Ferrari, conquistò, con lui ancora in vita, 9 campionati del mondo piloti di Formula 1 e 15 totali.La famiglia Ferrari sperava in una figlia femmina, visto che l'erede designato era il primogenito Alfredo Junior, detto Dino (da non confondere con l'omonimo figlio di Enzo). La madre, Adalgisa Bisbini, era originaria di Forlì, mentre il padre, Alfredo, era di Carpi (in provincia di Modena). La famiglia viveva nella casa adiacente all'officina di carpenteria meccanica fondata da Alfredo, che lavorava per le vicine ferrovie; il complesso abitativo, unitamente a una nuova galleria espositiva, è attualmente sede del museo Enzo Ferrari. A differenza del fratello maggiore Alfredo, Enzo aveva un rendimento scolastico piuttosto scarso e allo studio preferiva lavorare nell'officina del padre (ne fu un esempio la partecipazione alla realizzazione della pensilina della stazione di Giulianova (1914), che l'avrebbe voluto ingegnere, sognando invece di poter concretare una delle sue passioni adolescenziali. Infatti avrebbe voluto divenire tenore d'operetta o giornalista sportivo o pilota automobilistico. Compì le prime esperienze di guida sulla Diatto di famiglia e il 16 novembre 1914 riuscì a far pubblicare il suo resoconto della partita di calcio Modena-Inter sulla Gazzetta dello Sport. Nel 1915 perse il padre a causa di una polmonite; l'anno seguente morì anche il fratello Alfredo, partito volontario allo scoppio della Grande guerra. In attesa di essere chiamato alle armi, grazie alla sua conoscenza delle macchine utensili il diciottenne trovò impiego, in qualità di istruttore, presso l'Officina Pompieri di Modena, dove si tenevano corsi per la preparazione di operai da utilizzare nelle industrie ausiliarie. Nel 1917 venne arruolato nel Regio Esercito nel 3º Reggimento d'artiglieria alpina, ma lo stesso anno fu congedato a causa di una pleurite. Ripresosi dalla malattia, Enzo Ferrari si presentò a Torino e chiese di essere assunto presso la FIAT, ottenendo un cortese diniego dal direttore del personale. Non si perse d'animo e trovò occupazione in una Carrozzeria di Torino, specializzata nel recupero di autocarri leggeri, dismessi dall'uso bellico.  Compito del giovane Ferrari, oltre al lavoro d'officina, era quello di collaudare gli autotelai ricondizionati e consegnarli alla committente nel capoluogo lombardo. Fu durante una delle sue trasferte a Milano che, alla fine del 1919, trovò occupazione in una piccola impresa meccanica milanese dell'amico Ugo Sivocci. Sivocci prese a cuore la situazione di quel ragazzo squattrinato, ingaggiandolo come assistente al collaudo. La prima competizione importante cui Ferrari partecipò fu la X Targa Florio, ma con scarso successo. Nel 1920 cominciò a correre con l'Alfa Romeo, che all'epoca era un club per Gentlemen Driver. Nel 1923 Ferrari vinse la prima edizione del Gran premio del Circuito del Savio ( frazione di Ravenna). Secondo quanto narrato da Enzo Ferrari, fu in quell'occasione che la madre di Francesco Baracca, contessa Paolina Biancoli, gli consegnò il simbolo che l'aviatore portava sulla carlinga, un cavallino rampante, e gli disse: «Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna». A partire dal 1932 questo simbolo apparve sulla carrozzeria delle vetture utilizzate dalla Scuderia Ferrari. Nel 1924 fu insignito del titolo di Cavaliere dell'Ordine della Corona.. Nel 1924 Enzo Ferrari partecipò alla fondazione del giornale sportivo bolognese «Corriere dello Sport». Ferrari rimase consigliere delegato della società editrice fino al 1926. Nello stesso anno vinse la coppa Acerbo a Pescara e, alla fine della stagione sportiva, il pilota dovette troncare ogni attività agonistica a causa di un forte esaurimento nervoso, che lo costrinse a ritornare a Modena per lunghe cure. A coronamento della sua carriera sportiva, gli furono conferite le onorificenze di Cavaliere Ufficiale e Commendatore della Corona. Nel 1929, completamente rimessosi, venne richiamato a Milano per fondare una squadra corse, collegata all'Alfa Romeo e destinata a diventare celebre come Scuderia Ferrari.  Enzo gestiva lo sviluppo delle vetture Alfa e costruì un team di oltre 40 piloti, tra cui Antonio Ascari, Giuseppe Campari e Tazio Nuvolari. Ferrari stesso continuò a correre fino alla nascita, nel 1932, del figlio Alfredo, detto Dino, che morì nel 1956 di distrofia muscolare; per questo volle la nascita del Centro Dino Ferrari per la cura di questa malattia. In seguito ebbe un altro figlio, Piero, nato nel 1944 da Lina Lardi. Ha trascorso una vita riservata e raramente concedeva interviste.La crisi economica nel 1933 portò l'Alfa R omeo a ritirarsi; poco dopo Ferrari si ritirò e creò l'Auto Avio Costruzioni (AAC) con sede a Modena. A causa della guerra, per paura dei bombardamenti, nel 1943 Enzo Ferrari trasferì l'AAC nel suo nuovo stabilimento di Maranello. Dopo la guerra Ferrari creò "La Scuderia Ferrari", che era esistente fin dal 1930 ma che fu costituita in ragione sociale dal 1947, e che è attualmente la più nota squadra del mondo automobilistico sportivo. La prima gara disputata nel campionato mondiale fu il Gran Premio di Monaco, il 21 maggio del 1950, mentre la prima vittoria in F1 fu il Gran Premio di Gran Bretagna del 1951 con José Froilán González, sbaragliando lo squadrone Alfa Romeo. Fu la vittoria che segnò il declino dell'Alfa Romeo nel mondo della F1. Il primo titolo mondiale di F1 giunse nel 1952 con Alberto Ascari. Ferrari fu insignito di molti titoli, ma quello di cui più si vantava era quello di "ingegnere meccanico", datogli ad honorem nel 1960 dall'Università di Bologna. Inoltre, nel 1988 gli fu conferita anche la laurea honoris causa in Fisica dall'Università di Modena e Reggio Emilia. Nel giugno del 1988 papa Giovanni Paolo II si recò in visita agli stabilimenti di Maranello per incontrarlo. Ferrari però era già troppo malato, i due così ebbero solo una conversazione telefonica, con grande dispiacere di Ferrari che desiderava quell'incontro da tempo. Enzo Ferrari morì  all'età di novant'anni. La notizia della sua morte, seguendo le sue volontà, fu divulgata solo a esequie avvenute. Il funerale si svolse in forma strettamente privata, senza corteo e alla presenza dei soli amici e parenti intimi. Ferrari è stato tumulato nel cimitero di San Cataldo, a Modena, accanto alla tomba del figlio Dino. Poco meno di un mese dopo, al Gran Premio d'Italia di Formula 1 a Monza, Gerhard Berger e Michele Alboreto con le due Ferrari si piazzarono al primo e al secondo posto. La vittoria fu dedicata alla memoria del Drake.

sabato 13 agosto 2016

Camillo Olivetti


 
(Ivrea, 13 agosto 1868Biella, 4 dicembre 1943)
è stato un ingegnere e imprenditore italiano, fondatore dell'azienda Olivetti.
Nacque in una famiglia della borghesia ebraica di Ivrea. Il padre era un commerciante di tessuti, la madre, Elvira Sacerdoti, originaria di Modena, era figlia di banchieri. Dalla linea paterna, Camillo ereditò lo spirito imprenditoriale e l'amore per il progresso, dalla madre una cultura non provinciale e l'amore per le lingue. Quando Camillo aveva solo un anno, morì il padre. Ad occuparsi di lui fu la madre, che lo mise in collegio a Milano. Al termine del liceo, si iscrisse al Regio Museo Industriale Italiano (poi Politecnico di Torino dal 1906) e alla Scuola di Applicazione Tecnica. Laureatosi in ingegneria industriale (1891), Camillo sentì da una parte l'esigenza di perfezionare il proprio inglese e, dall'altra, di fare un'utile esperienza lavorativa. Soggiornò oltre un anno a Londra dove si impiegò in un'industria facendo il meccanico. Al suo ritorno a Torino, divenne assistente di Galileo Ferraris. Nel 1893 accompagnò negli Stati Uniti il suo maestro, che era stato invitato a tenere una conferenza a Chicago. Olivetti gli fece da interprete. Insieme visitarono i laboratori Thomas A. Edison. Alcuni mesi passati a Palo Alto gli fecero conoscere le università americane. Come assistente di elettrotecnica alla Stanford University ( 1893/1894), Olivetti ebbe modo di sperimentare in laboratorio le potenzialità e le diverse applicazioni dell'uso dell'elettricità. Tornato in Italia, si mise in società con due ex compagni di università e fece l'importatore di macchine per scrivere e biciclette. Successivamente concepì l'idea di fondare un'azienda per produrre e commercializzare strumenti di misurazione elettrica, principalmente per laboratori di ricerca. Nacque così ad Ivrea nel 1896 la «C. Olivetti & C.». Gli inizi della sua attività industriale non furono produttivi. Olivetti capì che doveva cambiare target di mercato. Nel 1903 la fabbrica si trasferì a Milano e l'anno successivo a Monza, diventando C.G.S. Nella compagine societaria entrò in seguito la Edison, il più grande produttore italiano di energia dell'epoca, oltre ad un'importante banca d'affari. Ben presto Olivetti si sentì prigioniero di quei soci finanziari. Fu quella l'ultima volta che non ebbe la maggioranza assoluta delle quote di una società. Era partito per Milano con una quarantina di operai, con gli stessi tornò a Ivrea nel 1908, dove impiantò la prima fabbrica in Italia di macchine per scrivere. Anche nella scelta del nome della ditta tornò al passato: «Ing. Olivetti & C.» con l'aggiunta "prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere". L'azienda ebbe un rapido sviluppo. Attento a selezionare, formare e valorizzare operai di talento, Il primo modello di macchina, la Olivetti M1 (1908), fu interamente progettato da lui, assieme ad alcune macchine utensili per la produzione delle parti componenti. Olivetti la perfezionò dopo aver compiuto altri due viaggi degli Stati Uniti. A quel punto fu pronto ad entrare in produzione. I primi tempi furono difficoltosi sul piano finanziario, dal momento che per tre anni dalla fabbrica uscirono unicamente prototipi. La svolta decisiva per la Olivetti fu il primo conflitto mondiale: non furono tuttavia i superprofitti a fare la fortuna dell'Olivetti, ma la produzione tecnologicamente avanzata per l'aeronautica. Anche i velivoli inglesi impiegarono parti prodotte dalla Olivetti. Il dopoguerra vide la Olivetti produrre la M20, una macchina per scrivere sempre più perfezionata, il cui successo consentì a Camillo di attuare il suo progetto commerciale, basato soprattutto sull'assistenza alla clientela mediante filiali. La prima filiale fu quella di Milano, cui seguirono i principali centri italiani ed esteri. Nel 1925 entrò in azienda Adriano Olivetti, il secondo dei suoi figli - dopo aver compiuto anch'egli un viaggio negli Stati Uniti. Quell'anno Camillo si avviava verso la sessantina e, dovendo pensare alla successione, pretese che i figli maschi (Adriano e Massimo) facessero la gavetta in fabbrica. Le caratteristiche produttive della fabbrica furono caratterizzate dalla totale indipendenza nella componentistica rispetto all'allora ristretto mercato italiano. Si pensi che anche le viti venivano prodotte in fabbrica. Per produrre in proprio le macchine utensili nacquero, nel 1926, le fonderie e l'Officina Meccanica Olivetti (OMO). Quest'ultima divenne in seguito un'unità produttiva indipendente sul mercato, anche dalla casa madre. In seguito Olivetti diede impulso al primo nucleo della ricerca e negli stessi locali, nacque una delle prime "scuole di fabbrica" in cui non si insegnarono solo nozioni tecniche, ma anche cultura generale e cultura politica. Nel corso del decennio furono prodotti i primi modelli di mobili per ufficio "Synthesis", le prime telescriventi e macchine per calcolo. Nel 1933 il figlio Adriano fu nominato amministratore delegato; a partire da quell'anno Camillo fu affiancato e progressivamente sostituito alla guida della società. Olivetti lasciò la presidenza della società nel 1938, conservando la sola direzione dello stabilimento macchine utensili. Nel secondo dopoguerra, Adriano seppe condurre la Olivetti alla posizione di leader nel settore delle macchine d'ufficio. Camillo Olivetti fu di fede socialista liberale: finanziò la diffusione di periodici di dibattito politico, contribuendovi personalmente con non pochi scritti. Amico di Filippo Turati, il 4 dicembre 1943 morì all'ospedale di Biella, città ove era stato costretto a riparare per sfuggire alle leggi razziali: al funerale partecipò una nutrita folla di operai, giunta spontaneamente da Ivrea sfidando la sorveglianza del regime. In lui la città di Ivrea trovò un imprenditore coraggioso e capace che seppe portare l'industria da lui creata fra le prime nei mercati mondiali.

venerdì 12 agosto 2016

Gillo Dorfles 106 anni di genialità

Angelo Dorfles, detto Gillo
(Trieste, 12 aprile 1910),
è un critico d'arte, pittore e filosofo italiano.
Nato a Trieste nell'allora Austria-Ungheria da padre goriziano e madre genovese, è laureato in medicina, con specializzazione in psichiatria. Parallelamente agli studi in ambito medico, sin dai primi anni trenta si dedica allo studio della pittura, dell'estetica e in generale delle arti. La conoscenza dell'antroposofia  acquisita a partire dal 1934 grazie alla partecipazione a un ciclo di conferenze, orienta la sua arte pittorica verso il misticismo, denotando una vicinanza più ai temi dominanti dell'area mitteleuropea che a quelli propri della pittura italiana coeva. Professore di estetica presso le università di Milano, di Cagliari e di Trieste, nel 1948 fondò, insieme ad altri il Movimento per l'arte concreta. Per tutti gli anni cinquanta prende parte a numerose mostre del MAC, in Italia e all'estero: espone i suoi dipinti a Milano nel 1949 e nel 1950 e in numerose collettive, tra le quali la mostra del 1951, l'esposizione itinerante in Cile e Argentina nel 1952, e la grande mostra "Esperimenti di sintesi delle arti", svoltasi nel 1955 sempre a Milano. Nel 1954 risulta componente di una sezione italiana del gruppo ESPACE. Nel 1956 diede il suo contributo alla realizzazione dell'Associazione per il disegno industriale. Si dedicò quindi in maniera pressoché esclusiva all'attività critica sino a metà degli anni ottanta. Solo nel 1986, tornò a rendere pubblica la propria produzione pittorica, che ha coltivato anche negli anni successivi. Considerevole è stato il suo contributo allo sviluppo dell'estetica italiana del dopoguerra. Nelle sue indagini critiche sull'arte contemporanea Dorfles si è sovente soffermato ad analizzare l'aspetto socio-antropologico dei fenomeni estetici e culturali, facendo ricorso anche agli strumenti della linguistica. È autore di numerose monografie su artisti di varie epoche, ha inoltre pubblicato due volumi dedicati all'architettura e un famoso saggio sul disegno industriale 1963. Dorfles è il primo, già nel 1951, a vedere tendenze barocche nell'arte moderna. Nel 1995 contribuisce al Manifesto dell'antilibro, presentato ad Acquasanta in provincia di Genova, in cui esprime la valenza artistica e comunicativa dell'editoria di qualità e il ruolo del lettore come artista. Il 20 settembre 2003 è presente alla presentazione del libro Materia Immateriale, biografia di Claudio Costa, di cui Dorfles ha scritto la prefazione. Nel 2009 pubblica un inedito d'eccezione: Arte e comunicazione, in cui mette la teoria alla prova con alcune applicazioni concrete particolarmente rilevanti e problematiche come il cinema, la fotografia, l'architettura. Il 24 marzo 2010 è uscito Irritazioni - Un'analisi del costume contemporaneo con la sua ironia Dorfles ha raccolto le prove della sua inconciliabilità con i tempi che corrono. Nel libro c'è una critica sarcastica e corrosiva all'attuale iperconsumismo. Nel settembre 2010, pubblica 99+1 risposte di Gillo Dorfles. Un'intervista "lunga un secolo" con la quale il critico ripercorre la sua vita e alcuni incontri d'eccezione. I riconoscimenti ricevuti sono innumerevoli. È accademico onorario di Brera e Albertina di Torino, membro dell'Accademia del Disegno di Città del Messico, Fellow della World Academy of Art and Science, dottore honoris causa del Politecnico di Milano e dell'Università Autonoma di Città del Messico. Nell'aprile 2007, l'Università di Palermo gli conferisce la laurea honoris causa in Architettura. Il 13 novembre 2012, riceve dall'Università di Cagliari la laurea honoris causa in Lingue moderne.

giovedì 21 luglio 2016

Ernest Hemingway

Ernest Miller HemingwayOak Park, Illinois, Stati Uniti: 21 luglio 1899,
Ketchum, Idaho, Stati Uniti: 2 luglio 1961.

è stato uno scrittore e giornalista statunitense. Autore di romanzi e di racconti brevi.
Premi: Premio Nobel per la letteratura1954,
Premio Pulitzer per la narrativa1953
Film: Addio alle armi, Il vecchio e il mare, etc.
Soprannominato Papa, fece parte della comunità di espatriati americani a Parigi durante gli anni venti, conosciuta come "la Generazione perduta" e da lui stesso così chiamata nel suo libro di memorie Festa mobile, ispirato da una frase di Gertrude Stein. Condusse una vita sociale turbolenta, si sposò quattro volte e gli furono attribuite varie relazioni sentimentali. Raggiunse già in vita una non comune popolarità e fama, che lo elevarono a mito delle nuove generazioni. Hemingway. Lo stile letterario di Hemingway, caratterizzato dall'essenzialità e asciuttezza del linguaggio ebbe una significativa influenza sullo sviluppo del Romanzo nel XX secolo. I suoi protagonisti sono tipicamente uomini dall'indole stoica, i quali vengono chiamati a mostrare "grazia" in situazioni di disagio. Molte delle sue opere sono considerate pietre miliari della letteratura americana. Di lui è stato scritto:
« Personaggio affascinante, le sue pagine - profondamente ispirate a uno stile di vita - sono pervase da un senso assoluto della vigoria morale e fisica, dallo sprezzo del pericolo, ma anche dalla perplessità davanti al nulla che la morte reca con sé. »
« Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto... E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse. »
La mattina della domenica del 2 luglio Mary fu svegliata da un forte colpo. Hemingway si era sparato mettendosi la canna del fucile in bocca ed era morto. Aveva trovato le chiavi dell'armadietto sul tavolo della cucina, dove le aveva lasciate Mary. Dopo tre giorni, nella piccola chiesa di "Our Lady of the Snow" (Nostra Signora delle Nevi) vennero celebrate le onoranze funebri alla presenza dei tre figli e di pochi intimi amici. Il suo corpo ebbe sepoltura nel cimitero di Ketchum in Idaho .

lunedì 18 luglio 2016

Omaggio a Gino Bartali Uomo di grande ♥




Firenze 18 luglio 1914 / 5 maggio 2000.
detto dagli amici Ginettaccio perchè diceva sempre quel che pensava

La sua frase famosa è rimasta come è rimasto il ricordo di lui.
Gliè tutto sbagliaho ! Gliè tutto da rifare!!!!

E' stato un ciclista su strada e dirigente sportivo italiano. Professionista dal 1934 al 1954, vinse tre Giri d'Italia e due Tour de France, oltre a numerose altre corse tra gli anni 30/50. 

Disturna tra Bartali e Coppi  sù i giro di Francia del 1952
BARTALI
Ho' caro Coppi non te ne vantare,
se alla tua ruota a volte un ti resisto,
parecchia strada ancora t'ha da fare,
ormai della tua dote mi son avvisto,
quando in salita e ti venni assaggiare,
capiì che solo in piana avei l'acquisto,
però ricorda bene caro Coppi....
quarantasette all'ora e son troppi.

COPPI
mi sento di farli a piedi zoppi,
o caro Gino non ti far ragione.
Se la prendi con me tu mi c'intoppi,
dunque non c'è da far più discussione,
per questo non badare se al traguardo,
t'arrivi con mezz'ora di ritardo.

BARTALI
Io vinsi le mie tappe con riguardo,
con eleganza da veri campioni,
e non mi resi mai tanto spavardo,
da mettermi la lingua ciondoloni,
anche se arrivo con un po' di ritardo,
non mi vedrai mai giunger penzoloni,
oppure con i crampi o il mal di pancia,
ormai io t'ho pesato alla bilancia.

COPPI
Tu ti faceste eroe al giro di Francia,
questo gliè vero e son riconoscente,
ma ora se in salita e ci si sgancia,
vedrai che anch'io farò come presente,
tu sai quando all'attacco e ci si lancia,
mi sento tutti i giorni più potente,
se in Francia manterrò la mia andatura,
farò di te la solita figura.

BARTALI
Nessuno vedo te ne fa censura,
però ricorda bene ho Faustino,
e ti ci vuole i dono di natura,
io n'ebbi fin da quando ero bambino
ora mi sento nell'età matura,
sarò sempre i Campione fiorentino,
io sarò sempre i rè della montagna....
sui Pirenei io vinsi la Cuccagna!

COPPI
Vedrai gli terrò tutti alle calcagna,
avrò io come te gli stessi onori,
non s'ho se sarò i re della montagna,
di fronte a tanti grandi corridori,
però se sarà messa la Cuccagna,
riporterò all'Italia i miei valori,
per scriverli sull'albo della storia,
che dell'Italia meritin la gloria.

BRUNO PIRGHER detto "Il Canterino"

lunedì 11 luglio 2016

♥ Yul Brinner un mito del cinema ♥

 
Julij Borisovič Bryner,
Vladivostok, 11 luglio 1920–N.York, 10 /10/1985)
 
è stato un attore statunitense di origine russa naturalizzato svizzero.È entrato nella storia del cinema per aver interpretato ruoli da protagonista in alcuni kolossal tra anni '50 e '60, come quello del re del Siam in Il re ed io (1956), che gli valse l'Oscar come miglior attore protagonista, e quello del faraone Ramesse II nel pluripremiato I dieci comandamenti (1956). Figlio di genitori russi, Boris Brynner e Marusja Blagovidova, Brynner sostenne con la stampa statunitense di essere nato nel 1915 sull'isola russa di Sachalin col nome di Tadje Khan, da un padre con origini in parte mongole e in parte svizzere. Varie biografie è attestato che sia nato nel 1920, perché proprio quest'ultima data è riportata sulla sua tomba. Quel che appare come un dato incontrovertibile, invece, è che il padre fosse un russo di famiglia ebraica e la madre fosse figlia di un padre russo-ebraico e di una madre russo-rom. Nel 1927, dopo la separazione dal marito, la madre di Brynner si trasferì prima a Harbin (Cina), dove Yul frequentò una scuola della YMCA, poi nel 1933 a Parigi. Qui Brynner esercitò vari mestieri, tra cui il chitarrista nei locali notturni parigini e anche il trapezista nel "Cirque d'Hiver". Nel 1940 Brynner si trasferì negli Stati Uniti, stabilendosi a New York, dove studiò teatro. Durante la seconda guerra mondiale lavorò come interprete in francese per l'esercito americano nelle trasmissioni destinate alla Resistenza francese. Nel 1946 iniziò a lavorare a Broadway come attore teatrale, poi nel 1949 debuttò come attore cinematografico nel film Il porto di New York. Brynner raggiunse la celebrità nel 1951, quando interpretò con successo il re del Siam nel musical teatrale The King and I. Il film (che uscì nelle sale nel 1956) riscosse un discreto successo e va ricordato per aver lanciato Brynner anche sul grande schermo procurandogli, come già detto, l'Oscar per la migliore interpretazione maschile. Sempre nel 1956, Brynner affrontò un altro ruolo fondamentale per la sua carriera, quello del crudele faraone Ramesse II nel kolossal I dieci comandamenti, nel quale recitò al fianco di uno straordinario Charlton Heston, che interpretava il ruolo di Mosè. Brynner offrì un'altra memorabile interpretazione, che gli valse come definitiva consacrazione nel panorama delle nuove star hollywoodiane. Il 1956 continuò a essere un anno magico per Brynner, che fu infatti l'interprete di un'altra prestigiosa pellicola, Anastasia, nella quale recitò al fianco di Ingrid Bergman. Dal 1956 Brynner lavorò con continuità fino al 1960, anno in cui la sua carriera toccò l'apice, con il personaggio: il pistolero Chris Adams nel film I magnifici sette. Il film ottenne un successo enorme ai botteghini di tutto il mondo. Nel corso degli anni sessanta Brynner offrì interpretazioni in ruoli non altrettanto epici, ma comunque in film di grande successo. Sul finire degli anni settanta la carriera di Brynner sembrava avviata al declino. Attore poliedrico, versatile, e capace di reggere senza problemi ruoli drammatici e più "leggeri". Pur non essendo molto espressivo, Brynner aveva uno sguardo penetrante che sapeva sfruttare al meglio nella caratterizzazione dei suoi personaggi.  La sua carriera conobbe un prematuro e immeritato declino nel momento in cui i generi sopracitati iniziarono a perdere appeal. Yul Brynner all'epoca del suo massimo successo era considerato un sex symbol, anche grazie a quello che oggi è divenuto il suo vero marchio di fabbrica: il capo rasato. In un'epoca in cui non era nient'affatto comune la rasatura a zero, Brynner si rasò completamente il capo per interpretare il ruolo del Re del Siam nel 1951, e da allora, visto il successo riscontrato con quell'inedito look, non cambiò mai stile.Yul Brynner si sposò quattro volte. Nel 1944 sposò l'attrice Virginia Gilmore, da cui ebbe un solo figlio, Yul Brynner II (nato 1946). Brynner e la Gilmore divorziarono nel 1960. Il 31 marzo 1960, durante le riprese de I magnifici sette, Brynner sposò la modella Doris Kleiner. La loro unica figlia, Victoria Brynner (1962), divorziarono nel 1967. Nel 1971 Brynner si sposò con Jacqueline de Croisset. La coppia adottò due bambini vietnamiti, Mia (1974) e Melody (1975), e divorziò nel 1981. Nel 1983 Brynner si sposò con la malese Kathy Lee. A Brynner furono inoltre attribuite due relazioni durante gli anni cinquanta, rispettivamente con Marlene Dietrich e Judy Garland. Noto per essere un gran fumatore, nel 1985 Yul Brynner contrasse il cancro ai polmoni. Era quello un periodo nel quale i reali pericoli connessi al fumo cominciavano ad emergere, per cui Brynner, venuto a sapere delle sue condizioni (la malattia fu scoperta quando ormai era troppo tardi per essere curata), registrò un video nel quale lanciava un avvertimento contro il fumo, con la richiesta che venisse divulgato dopo la sua morte. L'attore americano si spense il 10 ottobre del 1985, e fu consegnato definitivamente alla storia del cinema mondiale. L'attore occupa il posto n. 6162 della Hollywood Walk of Fame di Los Angeles. La sua casa natale di Vladivostok è stata trasformata in un museo. Nel ricevere l'Oscar nel 1956 (ricevuto dalle mani di Anna Magnani), disse una battuta oggi molto citata: "Spero non sia un errore, perché non lo darò indietro per nulla al mondo". Secondo quanto riferito da sua figlia Victoria in una recente intervista, pare che Yul Brynner fosse diventato buddista nell'ultima parte della sua vita. Visse a lungo in Normandia, e lì fu sepolto. A Vladivostok, sua città natale, è stata eretta una sua statua a grandezza naturale che lo ritrae con i costumi del Re del Siam, nella classica posa che più volte assume durante il film (gomiti larghi, pugni chiusi sui fianchi). Aggiungo io  UN MITO

domenica 10 luglio 2016

In Spagna oggi si commemora El Cid

 
Rodrigo Diaz conte di Bivarnacque, intorno al 1040 d.C., a Bivar
morte avvenuta il 10 Luglio 1099
Dopo la fine del dominio romano, la Spagna venne occupata da varie tribù barbariche: i Vandali, gli Svevi e gli Alamanni. Ma furono i Visigoti che vi costituirono un regno che durò fino al 711 d.C., anno che segnò l’arrivo degli arabi. Gli arabi, che nel 732, con la sconfitta di Poiters ad opera di Carlo Martello, dovettero rinunciare alla conquista dell’Europa occidentale, misero radici in Spagna e vi rimasero fino al 1492 quando Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona portarono felicemente a conclusione la “Reconquista”. La presenza degli arabi nella penisola iberica durò quindi più di sette secoli, tempo più che sufficiente per influenzare in modo pesante la cultura, l’arte e l’architettura della Spagna. Ma non tutta la penisola era sotto il dominio arabo; la Spagna era divisa in vari regni, cattolici e musulmani che lottavano fra di loro. Fu in questo panorama che si mise in luce un personaggio entrato poi nella leggenda. Un personaggio che, oltre ad essere considerato un paladino del cattolicesimo nella lotta contro i musulmani, venne innalzato a simbolo del patriottismo spagnolo. Il suo nome era Rodrigo Diaz conte di Bivar, meglio conosciuto con il nome di El Cid Campeador. La leggenda,vuole che fosse un personaggio gentile, un marito amorevole e un ottimo padre di famiglia, un cavaliere coraggioso e fedele al suo paese. La Storia, purtroppo, come vedremo, ci racconta qualcosa di diverso; un mercenario che combatteva per i mori e per i cristiani senza nessuno scrupolo, disposto a distruggere chiese se questo servisse ai suoi scopi, insomma un cavaliere senza principi disposto a tutto pur di raggiungere la gloria. Rodrigo nacque, intorno al 1040 d.C., a Bivar un paesino vicino a Burgos nel regno di Castiglia. Proveniva da una famiglia della piccola nobiltà castigliana. Crebbe dunque alla corte del Re di Castiglia servendo il figlio, il principe Sancho. Ebbe dunque una buona educazione, come si addiceva ai figli della nobiltà. La leggenda vuole che al momento del suo battesimo un monaco gli regalasse il cavallo che poi lo accompagnò in tutte le sue avventure: il famoso Babieca. Il nome El Cid Campeador gli venne attribuito più avanti. È composto da due parti: El Cid, nomignolo datogli dagli arabi e che significa “Il signore” in una lingua mista di spagnolo e arabo, Campeador, “Il campione”, invece, gli venne dato dagli spagnoli dopo la vittoria in duello contro un nemico. Questo soprannome, quindi, dimostra che il personaggio godeva del rispetto e dell’ammirazione sia tra gli spagnoli che tra gli arabi. Ferdinando I°, alla sua morte avvenuta nel 1065, divise il suo regno fra i suoi figli. Com’era prevedibile i contrasti fra i fratelli scoppiarono poco dopo la morte del padre. Sancho II,° essendo il figlio maggiore, si considerava il vero erede del padre e cercò di riunificare il regno, anche con l’uso della forza. El Cid, ancora agli ordini di Sancho II°, e che si era distinto nella guerra vinta contro il regno di Aragona, divenne, a soli 23 anni, capo dell’esercito castigliano e, con questo grado, prese parte alla guerra fratricida. Era il 1072 quando Sancho II°, al culmine della gloria, venne ucciso da un soldato di Urraca. A succedere a Sancho venne chiamato il fratello Alfonso che, richiamato dall’esilio in Toledo, arrivò in Castiglia guardato con sospetto dai castigliani. Oltretutto si mormorava che Alfonso fosse in qualche modo coinvolto nell’assassinio del fratello.  Il cavaliere era un personaggio molto popolare, oltre ad essere un ottimo combattente, ma Alfonso VI° temeva che un giorno potesse voler diventare il nuovo monarca della Castiglia. Ma l’astuzia di Alfonso gli disse che per governare aveva bisogno dell’alleanza di Rodrigo Diaz e così lo legò alla casa regnante dandogli in sposa sua nipote Jimena. Correva l’anno 1074 d.C.  Alla prima occasione, però, Alfonso fece il modo di liberarsi dell’ingombrante alleato spedendolo in esilio.  Fatto sta che nel 1081 Rodrigo Diaz si ritrovò solo e senza un padrone. Iniziò quindi la sua carriera di mercenario e offrì i suoi servigi al miglior offerente, non tenendo conto della religione di appartenenza.  Anche questi furono anni di successi militari che fecero accrescere notevolmente la gloria di El Cid. Nel 1086 iniziò la grande invasione degli Almoravidi, popolazione araba, provenienti dall’odierno Marocco. Nella grande battaglia di Sagrajas Alfonso VI° capì che non poteva fare a meno del più forte cavaliere cristiano di quell’epoca. Richiamò così El Cid dall’esilio, ma  i rapporti tra i due erano compromessi e  si giunse ad una nuova rottura. Libero da qualsiasi vincolo, alla guida del suo esercito personale, composto sia da cristiani che da arabi, si mosse in direzione della città costiera. Doveva prima però eliminare il vicino Conte di Barcellona Berenguer Ramòn II che puntualmente sconfisse e catturò nella battaglia di Tébar. Due anni più tardi, nel 1092, a Valencia scoppiò una rivolta a seguito dell’assassinio di al-Qadir, monarca locale, ad opera di un nobile. A seguito di questo fatto El Cid ruppe gli indugi e cercò di approfittare della situazione. La battaglia di Valencia fu lunga e cruenta e nel Maggio del 1094 la città si arrese. Ufficialmente El Cid governò per conto di Alfonso VI, ma il re di Castiglia era troppo debole. Quindi, di fatto, ebbe una larga autonomia e nei suoi atti governò come un vero e proprio monarca. Il suo regno durò fino alla sua morte avvenuta il 10 Luglio 1099 ed il suo corpo fu trasportato a Burgos e sepolto nella locale cattedrale. Alla sua morte il governò passò alla moglie che, pressata dagli Almoravidi, chiese l’aiuto di Alfonso VI° che ordinò di bruciare la città. Nel 1102, però, gli Almoravidi fecero ingresso nella città e la tennero per oltre un secolo. Subito dopo la sua morte Rodrigo Diaz, detto El Cid, divenne oggetto di culto popolare. Subito considerato eroe nazionale castigliano, attorno alla sua figura vennero scritti poemi, opere letterarie e, molti secoli più avanti, anche il cinema sfruttò il personaggio.

giovedì 7 luglio 2016

OMAGGIO ad un Grande del nostro cinema Vittorio De Sica


Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica 
Sora: 7 luglio 1901,
Neuilly-sur-Seine, Francia 13 novembre 1974
è stato un attore, regista e sceneggiatore italiano. Tra i cineasti più influenti della storia del cinema, è stato inoltre attore di teatro e documentarista. È considerato uno dei padri del neorealismo e, allo stesso tempo, uno dei maggiori registi ed interpreti della commedia all'italiana.
Sappiamo tutto di lui e allora metto un po di Gossip
De Sica sposò nel 1937 ad Asti l'attrice torinese Giuditta Rissone, che aveva conosciuto dieci anni prima e dalla quale l'anno dopo ebbe la figlia Emilia. Nel 1942, sul set del film Un garibaldino al convento conobbe l'attrice catalana Maria Mercader, con la quale andò in seguito a convivere. Dopo il divorzio dalla Rissone, ottenuto in Messico nel 1954, si unì con l'attrice catalana in un primo matrimonio nel 1959, sempre in Messico ma l'unione fu ritenuta "nulla" perché non riconosciuta dalla legge italiana; nel 1968 ottenne la cittadinanza francese e si sposò con Maria Mercader a Parigi. Da lei aveva nel frattempo avuto due figli: Manuel nel 1949, musicista e Christian nel 1951, che seguirà le sue orme come attore e regista.
Vittorio De Sica sosteneva che "nu cafone 'e fora" – come lui si definiva – può amare Napoli più di un napoletano e più volte pensò di prendere casa a Posillipo.
Era un appassionato tifoso del Napoli e un ammiratore personale del calciatore Giuseppe Meazza.
De Sica amava Ischia e non perdeva mai occasione di trascorrere le vacanze lì. Egli infatti affermava che l'unico motivo per cui non si trasferiva definitivamente nell'isola del golfo di Napoli, era perché a Ischia non vi era alcun Casinò.
A Vittorio De Sica è stata dedicata una strada di Napoli, nel quartiere Stella, alle spalle di piazza Cavour.
Figli: Christian De Sica, Manuel De Sica, Emilia De Sica
Coniuge: María Mercader (s. 1968–1974), Giuditta Rissone (s. 1937–1954)
Nipoti: Brando De Sica, Eleonora Baldwin, Andrea De Sica, Maria Rosa De Sica
Premi Oscar
1948 - Miglior film straniero  per Sciuscià
1950 - Miglior film straniero  per Ladri di biciclette
1965 - Miglior film straniero per Ieri, oggi, domani
1972 - Miglior film straniero per Il giardino dei Finzi-Contini

mercoledì 6 luglio 2016

Il 6 Luglio 1885 Louis Pasteur testa con successo il suo vaccino contro la rabbia


Louis Pasteur
(Dole, 27 dicembre 1822 – Marnes-la-Coquette, 28 /09/1895)
è stato un chimico, biologo e microbiologo francese.
Grazie alle sue scoperte e alla sua attività di ricerca è universalmente considerato il fondatore della moderna microbiologia. Ha inoltre operato nel campo della chimica, e di lui si ricorda la teoria sull'enantiomeria dei cristalli. Si occupò anche di fisica. Il primo vaccino antirabbico fu preparato da Louis Pasteur. Lo studioso isolò il virus da un animale infetto (virus da strada) e lo attenuò mediante essiccamento con una serie di ripetuti passaggi su encefalo di coniglio (virus fisso). Il vaccino fu utilizzato per la prima volta il 6 luglio 1885 su un essere umano, Joseph Meister, un ragazzino di nove anni che era stato morso da un cane rabbioso. Il vaccino consisteva in un campione di virus raccolto da conigli morti a seguito dell'infezione, il quale veniva indebolito attraverso un processo di essiccazione di 5-10 giorni.
anomalie della fermentazione della birra (1854);
fermentazione del vino e dell'aceto (1861-62);
pastorizzazione (1862);
alterazioni del vino di origine fungina o batterica (1863-64);
malattie del baco da seta (1865-70);
colera dei polli (1880);
carbonchio di bovini, ovini, equini (1881);
rabbia silvestre e sieroterapia.

lunedì 4 luglio 2016

Tutti gli ONORI al GRANDE GARIBALDI

 
Scrivo solo 2 righe e un po' di gossip sulle mogli e i figli, perchè tutti sappiamo quello che è stato e quello che ha fatto.
Giuseppe Garibaldi
(Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882)
è stato un generale, patriota, condottiero e scrittore italiano.
Noto anche con l'appellativo di "Eroe dei due mondi" per le sue imprese militari compiute sia in Europa sia in America Meridionale, è la figura più rilevante del Risorgimento e uno dei personaggi storici italiani più celebri al mondo.
È considerato dalla storiografia maggioritaria, anche internazionale e nella cultura popolare del XX secolo da essa influenzata, il principale eroe nazionale italiano Iniziò i suoi spostamenti per il mondo quale ufficiale di navi mercantili e poi quale capitano di lungo corso al comando. La sua impresa militare più nota fu la spedizione dei Mille, che annetté il Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d'Italia durante l'Unità d'Italia. Garibaldi fu autore di numerosi scritti e pubblicazioni, prevalentemente di memorialistica e politica, ma anche romanzi e poesie. Garibaldi fu anche un difensore dei diritti degli animali. A seguito dell'acquisto da parte sua di metà dell'isola di Caprera, avvenuto nel 1856 e finalizzato a fare del luogo la propria residenza, Garibaldi «più tardi si fece sempre più vegetariano; lo stretto contatto con la solitaria natura gli diede l'eccentrica credenza che gli animali e perfino le piante avessero un'anima cui non si doveva nuocere. Divenuto mezzo vegetariano, rinunciò quasi interamente anche a bere; ma ritenne il consueto gusto per i sigari»
Le donne di Garibaldi
In seguito alla morte di Anita, Garibaldi frequentò diverse donne alla ricerca della giusta compagna di vita. La nobile inglese Emma Roberts fu la sua compagna per diverso tempo, a lei dedicherà una delle sue navi, il rapportò terminò dopo la visita del nizzardo in Inghilterra nel 1856. Altra donna ricordata dall'eroe era la contessa Maria Martini della Torre, conosciuta a Londra nel 1854,mentre di breve durata il rapporto con Paolina Pepoli vedova trentenne, nipote di Gioacchino Murat. La baronessa di origini inglesi Maria Esperance von Schwartz, figlia di un banchiere, vedova vide per la prima volta il nizzardo nel 1849, poi nel 1857 giunse a Caprera e vi ritornò l'anno seguente, quando Garibaldi le chiese di diventare la madre dei suoi figli la donna volle rifletterci sopra. In seguito i sentimenti si indebolirono, anche per colpa di un'altra donna, Battistina Ravello, che serviva Garibaldi a Caprera. Da lei nel 1859 ebbe una figlia, chiamata Anita e battezzata con il nome di Anna Maria Imeni. Altra donna importante nella vita di Garibaldi fu Giuseppina Raimondi, la giovane ragazza colpì l'eroe per il coraggio dimostrato, i due si sposarono a Fino Mornasco il 24 gennaio 1860, ma presto ricevette una lettera che lo avvertì di un amante della donna,Garibaldi chiese alla donna se fosse vero e la Raimondi, già incinta, non negò nulla, il nizzardo otterrà l'annullamento del matrimonio tempo dopo, nel 1879. Dal 1865 avrà il conforto di Francesca Armosino, sua terza moglie, con cui aveva parecchi anni di differenza. Era la balia dei figli di sua figlia Teresita. Da lei ebbe tre figli di cui uno morì a 18 mesi.
I figli di Garibaldi
Garibaldi con l'ultima moglie Francesca Armosino; nell'ultima parte della sua vita Garibaldi viene spesso fotografato da seduto, perché si trovava costretto a muoversi su una sedia a rotelle
Garibaldi, dalla prima moglie Anita Garibaldi, morta nel 1849 a Ravenna, ebbe 4 figli:
Domenico Menotti Garibaldi (Mostardas, 16 settembre 1840 – Roma, 22 agosto 1903)
Rosa Garibaldi, detta Rosita (1843 – 23 dicembre 1845), morta per vaiolo all'età di 2 anni a Montevideo.
Teresa Garibaldi (22 febbraio 1845 – 1903), detta Teresita, in ricordo della sorella.
Ricciotti Garibaldi (Montevideo, 24 febbraio 1847 – Riofreddo, 17 luglio 1924)
Dalla domestica Battistina Ravello, invece, Garibaldi ebbe:
Anna Maria Imeni Garibaldi, detta Anita
Ebbe tre figli invece dalla terza moglie Francesca Armosino:
Clelia Garibaldi
Rosita (morta piccola).
Manlio Garibaldi
È possibile che Garibaldi abbia avuto una figlia naturale, Giannina Repubblica Fadigati (8 ottobre 1868 – 24 novembre 1954), ufficialmente figlia del nobile cremonese Paolo Fadigati, amico e seguace di Garibaldi. La nascita di Giannina Repubblica non sarebbe stata frutto di un tradimento, ma di un vero e proprio accordo tra Garibaldi e i coniugi Fadigati: Paolo Fadigati sarebbe stato infatti un ammiratore talmente fervente dell'Eroe dei Due Mondi da voler "allevare un figlio di sangue garibaldino".
Onoreficenze
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia -
«Per militari benemerenze in considerazione dei servizi prestati quale comandante del Corpo Cacciatori delle Alpi, durante l'intera campagna del 1859»
Medaglia d'Oro al Valor Militare
«Per le prove d'intrepidezza e bravura nei combattimenti contro gli austriaci a Varese e Como»
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala -
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
Medaglia d'Argento ai Benemeriti della Liberazione di Roma 1849-1870 -
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza -
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia -

mercoledì 29 giugno 2016

OMAGGIO al GRANDE Vittorio Gassman


è stato un attore, regista, sceneggiatore, scrittore e doppiatore italiano, attivo in campo teatrale, cinematografico e televisivo.
Genova: 1 settembre 1922,
Roma 29 giugno 2000,

sabato 25 giugno 2016

Omaggio a un GRANDE della nostra storia

Silvio Pellico
Saluzzo il 25 giugno 1789.
Torino il 31 gennaio 1854.
Dopo aver studiato a Pinerolo ed a Torino, andò a Lione per fare pratica nel settore commerciale; rientrato in Italia nel 1809, si stabilì a Milano. Qui conobbe il Monti ed il Foscolo e qui cominciò a scrivere, all'incirca dal 1812, specialmente per il teatro, ideando tragedie formalmente ancora classiche, ma già romantiche da un punto di vista contenutistico. Nel 1815 fu rappresentata la sua tragedia Francesca da Rimini, in cui l'episodio dantesco venne interpretato alla luce delle forti influenze romantiche e risorgimentali con le quali Silvio Pellico era entrato in contatto nella città lombarda; sempre a Milano fu per qualche tempo direttore del Conciliatore. Fu proprio a causa del suo profondo afflato patriottico che nel '20 venne arrestato con l'accusa di carboneria: condannato a morte, la sentenza fu commutata in 15 anni di carcere duro, da scontare nella fortezza di Spielberg, in Moravia. Nel 1830 arrivò anticipatamente la grazia imperiale e, tornato in Italia, lo scrittore scelse Torino, si ritirò completamente dalla politica attiva e si estraniò dai circoli letterari, vivendo grazie ad un posto di bibliotecario presso la marchesa di Barolo. Ad ogni modo non dimenticò l'esperienza carceraria, un evento che divenne il soggetto dell'opera memorialistica Le mie prigioni, del 1832. Nello scritto, il più conosciuto dell'autore, si narrano l'arresto , la vita nel carcere e la liberazione dello stesso Pellico, che volle però porre l'accento (in stile manzoniano) sul percorso spirituale legato alla vicenda, i cui effetti furono la riscoperta della fede ed una rassegnata indulgenza verso l'esistenza e verso gli esseri umani. Tanto in carcere quanto dopo la liberazione compose diverse tragedie e varie liriche.

mercoledì 15 giugno 2016

15 Giugno 1920… Roma, nasce il GRANDE Alberto Sordi


In via di San Cosimato numero 7 (casa scomparsa nel 1930 per fare spazio al Palazzo delle Sacre Congregazioni Romane), nel Rione Trastevere, nasce Alberto Sordi, (quarto figlio di Pietro Sordi, professore di musica e strumentista, e di Maria Righetti, insegnante di scuola elementare).
Ritenendo del tutto inutile ripercorrere la sua carriera, lasciamo spazio al ricordo attraverso le parole di Mario Monicelli e Massimo Troisi:
“È stato l’attore più grande ma è soprattutto stato uno straordinario autore, l’artefice del suo personaggio con cui ha attraversato più di 50 anni di storia italiana. Da regista dico che era straordinariamente facile lavorare con Sordi proprio perché era un grandissimo; bastavano poche occhiate e ci si capiva sul tono da dare alla sua interpretazione e quindi al film. È stato un comico capace di contraddire tutte le regole del comico”. (Mario Monicelli)
“Sordi, secondo me, è un inventore di cose nuove, di comicità nuova, è stato un precursore”. (Massimo Troisi)
Nel 2000, nel giorno del suo 80esimo compleanno, Albertone è stato simbolicamente Sindaco di Roma