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martedì 14 giugno 2016

ALLA LUNA




O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!
 
G. Leopardi

La quiete dopo la tempesta


Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio,
torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
con l’opra in man, cantando,
fassi in su l’uscio; a prova
vien fuor la femminetta a cor dell’acqua
della novella piova;
e l’erbaiuol rinnova
di sentiero in sentiero
il grido giornaliero.
Ecco il sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
apre terrazzi e logge la famiglia:
e, dalla via corrente, odi lontano
tintinnio di sonagli; il carro stride
del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
l’uomo a’ suoi studi intende?
o torna all’opre? o cosa nova imprende?
quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
del passato timore, onde si scosse
e paventò la morte
chi la vita abboria,
onde in lungo tormento,
fredde, tacite, smorte,
sudar le genti e palpitar, vedendo mossi alle nostre offese
folgori, nembi evento.
O natura cortese,
son questi i doni tuoi,
questi i diletti sono
che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
è diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
che per mostro e miracolo tal volta
nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
prole cara agli eterni! assai felice
se respirar ti lice
d’alcun dolor: beata
se te d’ogni dolor morte risana.
G. Leopardi

Giacomo Leopardi





Recanati 29 giugno 1798 / Napoli il 14 giugno del 1837.

Nasce a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e Adelaide Antici. Nel 1803 l’amministrazione  dei  beni familiari è tolta al padre,che si ritira quindi in una velleitaria attività di letterato dilettante, e passa nelle mani della madre. L’atmosfera di  casa  Leopardi  non  è  felice  ed è  caratterizzata  dall’ indole della madre, severa, bigotta e povera d’affetti. Il  giovane  Giacomo  inizia  nel  1807  gli studi con i fratelli Carlo e Paolina,inizia a comporre piccoli  componimenti poetici e cerca un proprio spazio  autonomo all’interno di un’educazione  di  chiaro s tampo   controriformistico. Tra il 1813  e  il  1816  inizia  da  solo lo studio del greco; si  dedica  a  ricerche  erudite e  a varie  indagini filologiche sorprendentemente  rigorose  e  precise.  Politicamente  sposa le idee   ultralegittimiste   del  padre.  Nel   1817 pubblica sullo «Spettatore » l’Inno a Nettuno, fingendo   trattarsi   della    traduzione  di  un  originale  greco, e due odi apocrife in  greco, presentate  come  autentiche.  Inizia  la  sua amicizia  epistolare  con  Pietro Giordani ed inizia  lo  Zibaldone,  il grande  diario intellet- tuale che   continuerà sino  al ‘32.  Nel 1818 si conclude la sua conversione politica che  lo porta a diventare un  patriota repubblicano e democratico.  Nel  1819 le cagionevoli condizioni di salute lo  obbligano a sospendere gli studi;  tutto ciò è una spinta a chiarire la propria  condizione  di  solitudine, di noia, e  a  maturare  il suo pessimismo ancora   indeterminato. È  in  questo  periodo  che  scrive L’ infinito e  Alla  luna. nel  1820  continuano le composizioni poetiche come, ad esempio, La sera del dì di festa.Nel 1822 si  reca  a  Roma,  il  primo  viaggio fuori da Recanati: rimarrà  molto  deluso. Nel 1823 ritorna a Recanati  dove  analizza  la  decadenza  nazionale e  gli  effetti nefasti della Restaurazione. Nel 1824 scrive la maggior parte delle Operette morali  e  l’anno dopo parte per Milano,dove prende contatto con l’editore Stella, e poi passa a Bologna. Nel  1827si trasferisce a Firenze dove conosce  Alessandro Manzoni;i due non si capiranno, troppo diversa è l’indole personale.Nel1828, finiti  i  mezzi  di  sostentamento, dopo  aver  composto A Silvia, è costretto a  far ritorno a Recanati. Nel 1829 compone: Le ricordanze,  La quiete dopo la tempesta,    Il Sabato del villaggio.   Poco   dopo   aver   concluso  il Canto notturno, nel 1830, torna a  Firenze ed inizia l’amicizia con un esule napoletano Antonio Ranieri.  Nell’aprile  1831, durante i moti dell’Italia centrale, escono i  Canti per l’ editore     Piatti.   Nel   1833    Giacomo   si trasferisce con il  Ranieri a Napoli; i due vivono in  condizioni  economiche  estremamente precarie. Nel  1835  escono Canti  per l’editore Starita di Napoli; vi compaiono nuove poesie tra cui  Il passero solitario e il cosiddetto ciclo  di Aspasia (Il  pensiero  dominante,  Amore  e  Morte,   Consalvo, A se stesso, Aspasia).  Muore,  a 39 anni, nel 1837 a Napoli  durante un’ epidemia di colera: il Ranieri a stento riesce a sottrarne il corpo alla fossa comune.