Difficile
raccontare e descrivere oggi la miseria di gran parte della popolazione
italiana di appena qualche decina di anni fa, quando si usava dire del
mese di febbraio che è corto e amaro. Stava a significare che era
un mese di miseria perché le provviste di frutta, legumi secchi,
conserve stavano per finire; e così pure l’erba, il fieno, il becchime
per le bestie. Vivere era letteralmente un problema e bisognava sbarcare il lunario per poter arrivare alla primavera, e ritrovare i frutti della terra. Del resto ancora si dice che l’estate è la mamma dei poveri,
e lo è tuttora soprattutto per i poveri di città. Febbraio invece non
suscita tante simpatie, innanzitutto perché responsabile dei giorni della merla
(si racconta che il merlo credè d’essere fuori dal freddo e disse a Dio
di non preoccuparsi più per lui; allora gennaio lo volle punire e,
avendone soltanto 28, si fece imprestare tre giorni da Febbraio che ne
aveva trentuno e scatenò quindi il freddo, lo stesso che scontiamo ogni
anno alla fine di Gennaio); poi perché il mese è caratterizzato dal
maltempo, e così non si vede l’ora che finisca: Finito Carnevà, finito amore, finito de staccià farina e fiore, finito de magnà le castagnole!
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